Dal vasto mondo

GUINEA
Non si uccida il futuro

In un Paese sotto shock un piccolo segno italiano
Da qualche giorno la Guinea Conakry è tornata nelle cronache internazionali. Il 28 settembre lo stadio della capitale ha ospitato una manifestazione delle “forze vive” della popolazione, cioè partiti e società civile. I militari hanno atteso che lo stadio fosse pieno e, forse in seguito ad una provocazione, hanno aperto il fuoco sulla folla. Agli uccisi si devono aggiungere i morti calpestati da chi scappava o fuggiva gettandosi dalle mura esterne dello stadio. Non tutti sono riusciti a scappare: molte donne sono state violentate da uomini in divisa all’interno dello stadio sotto la minaccia delle armi. Le stime non ufficiali parlano di circa trecento morti e duemila feriti.
Da una settimana la capitale, e con lei tutto il Paese, è sotto shock. Il presidente ha condannato l’episodio, ha affermato di non aver dato l’ordine di sparare e ha dichiarato due giorni di lutto nazionale. Non è seguito il licenziamento di alcun responsabile e questo rende inadeguate le sue parole. Europa e Stati Uniti hanno condannato il fatto. La Cedeao, la Commissione economica dei 17 Paesi dell’Africa Occidentale, ha inviato come mediatore Blaise Compaoré, il presidente del Burkina Faso, già attivo nella gestione della crisi in Costa d’Avorio qualche anno fa. Compaorè ha visitato Conakry e ha invitato governo e “forze vive” in Burkina per un dialogo di pace, ma non ha definito la data. La situazione è incerta.
La Guinea vive da cinquant’anni una storia particolare. Nel 1958 con un referendum sceglie l’indipendenza dalla Francia, ma il leader referendario Sekou Touré avvia una dittatura sanguinaria e un periodo di isolamento. Alla sua morte, nel 1984, prende il potere il generale Lansana Conté, che denuncia gli abusi del predecessore ma non tarda ad imitarlo. Nel 1993, su pressione internazionale ripristina le elezioni e viene eletto presidente. Rieletto nel 1997 e nel 2003, mantiene il potere nelle mani di un gruppo chiuso di militari e familiari. La popolazione, guidata da sindacato e organizzazioni della società civile, chiede il cambiamento. Nel gennaio 2007, in un lunghissimo sciopero generale, i soldati sparano sulla folla. Cadono oltre cento persone, ma lo sciopero continua finché Conté accetta di nominare un governo di “consenso nazionale”. Le speranze si accendono, ma dopo pochi mesi il premier viene destituito e si regredisce alla condizione precedente. La gente comincia a pensare che solo un’iniziativa interna all’esercito, guidata da militari illuminati, permetterebbe un cambiamento.
Il 23 dicembre 2008 Conté muore e 27 militari costituiscono il “Conseil national pour la démocratie et le développement” (Cndd). Il loro portavoce è il capitano Moussa Dadis Camara, che dopo qualche giorno viene nominato dal Cndd presidente e capo dello Stato. Per quanto il colpo di Stato appaia goffo, il Paese ha fiducia. Il Cndd promette nuove elezioni, Dadis annuncia che non sarà candidato e avvia una lotta ai narcotrafficanti che usavano la Guinea come piattaforma per l’Europa. Molti di loro vengono arrestati e fra questi il figlio dell’ex dittatore Conté. Si insedia una commissione indipendente per organizzare le elezioni. Le speranze crescono. Col passare dei mesi però qualcosa non va. L’economia non migliora e, soprattutto, la data delle elezioni non viene definita. La popolazione inizia a spazientirsi. Di fronte alle proteste Dadis si irrita e annuncia che si candiderà alle presidenziali perché la lotta alla corruzione non è terminata e non si fida degli altri politici. La tensione sale per diversi mesi, sinché partiti e società civile organizzano la manifestazione allo stadio. Quindi l’eccidio. Incredibilmente fuori misura.
Il momento è molto delicato. Un complotto interno al Cndd, per suscitare una crisi che ricada su Dadis e sostituirlo, non sembra probabile. Per contro, dopo i fatti dello stadio, è evidente l’esistenza di pezzi di esercito che, quando sale la tensione, non rispondono a nessuno. La popolazione ha sempre tenuto un atteggiamento responsabilmente non violento. Ma i lutti e il dolore potrebbero alimentare dinamiche più aspre e, fattore da non sottovalutare, tensioni interetniche. Difficile prevedere l’esito futuro.
Proprio in questi giorni avrebbe dovuto celebrarsi la giornata finale del Foguired, il fondo italoguineano di conversione del debito lanciato dalla campagna giubilare della Chiesa italiana. In un percorso di collaborazione che ricostruiva giustizia cambiando le relazioni tra creditori e debitori, rendendoli “concittadini” solidali e corresponsabili, sono stati finanziati più di 700 progetti di lotta alla povertà, con la collaborazione di governo e società civile. In questi anni il Foguired ha permesso di conoscere talenti e bellezze preziose nel popolo guineano. Con tutto il cuore speriamo che quei talenti e quella bellezza colorino di sé il futuro della Guinea e non vengano coperti o annacquati dal delirio di potere e dal rancore.