LAVORO
Più difficile se donna
Intervista al sociologo Michele Colasanto
“Le donne cambiano il lavoro”. È il titolo del convegno che si è svolto il 23 settembre a Roma su iniziativa dell’assessorato al Lavoro della Regione Lazio per presentare il programma per l’occupazione femminile. L’obiettivo del 60% dell’occupazione femminile indicato dalla Commissione europea per il 2010 appare difficile da raggiungere, però nonostante questa criticità una tendenza positiva c’è: dai dati presentati in occasione del convegno è risultato che le giovani donne entrano nel mondo del lavoro rispetto al passato in numero più consistente e prolungano la loro permanenza nell'occupazione. Cresce anche il numero di chi, superati i problemi di conciliazione familiare, rientra al lavoro. Ne abbiamo parlato con Michele Colasanto, docente di sociologia delle relazioni di lavoro all’Università Cattolica di Milano.
Come interpretare questo andamento?
“È frutto di una tendenza strutturale che indica un aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Le donne sono spinte a stare o a rientrare al lavoro perché i rapporti contrattuali diventano sempre più frequentemente atipici, ciò significa che in una famiglia non basta il lavoro di un solo partner. Servono politiche che abbiano l’obiettivo di tenere insieme la famiglia, si potrebbe per esempio dare la possibilità alle donne di utilizzare più part-time non soltanto orizzontali ma anche verticali. Se arrivassimo ad una situazione di politiche familiari più robuste simili a quelle che si realizzano in altri Paesi europei come la Francia sicuramente avremmo dei riflessi molto importanti sia sull’occupazione sia sulla natalità. È paradossale che i Paesi che hanno più alti tassi di occupazione femminile sono anche quelli che mostrano meno problemi legati alla natalità”.
Secondo l’Istat, la crisi ha inciso sui livelli occupazionali delle donne, ma non più di tanto rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato, questo perché sono aumentate le inattive. Il tasso di inattività più alto si è registrato al Sud arrivando al 63,9%. Quali sono le cause?
“L’inattività è legata alle attese, attese però deluse da offerte di lavori per lo più poco soddisfacenti, spesso non decenti, mal pagati e precari. Per i maschi la cultura dominante sostiene ancora l’emigrazione, per le ragazze è più difficile. Allora la donna sembra quasi che torni a cercare percorsi esistenziali tradizionali e si sposa. Nonostante questa situazione sono in atto dei processi di mobilità femminile, infatti nelle università del Nord ci sono molte ragazze provenienti dal Sud. Semmai c’è un problema di segmentazione, bisognerebbe capire le ragioni per cui alcune ragazze vanno e altre invece restano e probabilmente accanto a qualche motivazione culturale pesano i condizionamenti di tipo economico”.
Una recente ricerca del Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale dedicata alle “Future richieste di competenze in Europa previste entro il 2020” ha messo in evidenza che le donne fino ai 40 anni risulteranno più istruite degli uomini, ma avranno meno possibilità di trovare un lavoro stabile. Questo è un paradosso, come affrontarlo in termini positivi?
“Esistono dei comparti che sono indifferenti alla variabile di sesso, come la pubblica amministrazione, dove sono molte le donne che fanno carriera rispetto all’industria. Purtroppo giocano ancora alcuni stereotipi legati al fatto che le donne, forse se non comandano è meglio. C’è al tempo stesso una deriva culturale e un condizionamento fisiologico. Il fatto di mettere al mondo figli rende più deboli le donne in termini contrattuali, non dico sindacali ma personali. Ecco perché c’è la necessità di avere politiche non solo di promozione dell’occupazione ma anche di promozione della conciliazione fra vita e lavoro”.
In conclusione, è proprio tutto “grigio” il futuro delle donne, oppure ci sono altri segnali?
“Il dato presente non è brillante sia per effetto dei condizionamenti di tipo storico sia perché le donne si rivolgono a un certo tipo di studi che necessariamente le rende un po’ più distanti dal lavoro. Sarebbe interessante attuare una politica di orientamento per le donne. C’è poi il rischio di cominciare o accontentarsi di un impiego poco professionalizzante, questa è la grande trappola, perché specialmente per il lavoro istruito se si inizia con un’attività di scarsa qualità, probabilmente si finisce in un ghetto dal quale è difficile uscirne. Comunque il futuro dovrebbe essere un po’ più roseo anche in considerazione del fatto che la popolazione invecchia e ci sono sempre meno nascite. Allora ci saranno gli immigrati che ci daranno una mano, ma per riempire tutte le posizioni del mercato del lavoro ci sarà bisogno di tutte le risorse disponibili, probabilmente di più donne”.