Dal vasto mondo

ABORTO
Sempre più in basso

Lo scandaloso primato della nuova legge spagnola
“Di fronte a pratiche come l’aborto, o all’aumento della violenza sulle donne, ci si scandalizza troppo poco”. A lanciare la provocazione è Giulia Paola Di Nicola, condirettrice della rivista “Prospettiva persona”, interpellata dal SIR sul caso della Spagna, dove la nuova legge sull’aborto prevede l’aborto “libero” a 16 anni, anche senza il consenso dei genitori (ove vi sia un conflitto con la famiglia). “La tendenza culturale che si profila dal punto di vita culturale – osserva la sociologa – è quella ad una sempre maggiore precocizzazione dell’aborto, tanto che in sede Onu c’è chi propone addirittura il limite di 12 anni”. “In una società, come la nostra, in cui l’adolescenza dura più a lungo, si vuole riconoscere una maturità, per scelte tragiche e disastrose come l’aborto, ad un’età sempre più bassa: una contraddizione enorme, favorita anche dagli interessi delle industrie farmaceutiche, che in questo caso non solo vanno contro il bambino, ma contro al persona e la dignità della donna”.
Compito della Chiesa, in questo contesto, è “continuare a dire no all’aborto, facendo capire – puntualizza Di Nicola – che, quando quest’ultima mette dei paletti, lo fa per amore, per sostenere le donne e la vita che nasce”.
“Non è l’aborto la soluzione ai problemi della donna”, sostiene la sociologa: “il divieto all’aborto, oltre che una posizione morale, è la vera posizione favorevole alla dignità della donna”, perché in grado di offrire “alternative di vita”. Poi una proposta: affiancare al “lavoro prezioso” che già svolgono i Centro di aiuto alla vita (Cav) anche quello capillare delle parrocchie. “Una sorta di promozione di buone prassi”, spiega Di Nicola, “a partire dalla consapevolezza che la legge 194 non può essere applicata solo nella parte abortiva: la Chiesa deve fare azione di supplenza, in sintonia con la legge, mostrando la sua disponibilità a prendersi cura della madre e del figlio”. “Così, all’ingresso delle parrocchie – la proposta della sociologa - si potrebbero predisporre appositi cartelli, quasi di diffusione pubblicitaria. «Aspetti un bambino e non puoi tenerlo? Vieni da noi», potrebbe esser lo slogan, seguito dalla garanzia – nero su bianco – della possibilità di partorire in anonimato e di ricevere, da una comunità ecclesiale che ti accoglie con amore, qualunque tipo di sostegno, da quello economico a quello psicologico o spirituale”.

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