Dal vasto mondo

ECONOMIA
La retorica non serve

Dal G20 il segnale di una politica debole
Da Pittsburgh, dove si è tenuto il meeting dei Paesi del G20, i leader mondiali lanciano il solenne impegno a far di tutto perché non si ripeta più quanto l’economia ha vissuto negli ultimi due anni. Messaggi di questo genere sono di facile preparazione dal punto di vista politico. Basta trovare l’untore di manzoniana memoria e dargli addosso con tutti i mezzi. L’untore in questo caso è stato individuato nel top management delle grandi banche, reo di imbellettare i conti, cioè di mentire, pur di ottenere quei bonus milionari che sono legati agli utili iscritti in bilancio, evidentemente quantomeno aleatori.
Lungi da noi l’idea di voler difendere la categoria, che comunque ha delle responsabilità enormi nell’innesco della più grande crisi finanziaria degli ultimi 70 anni, ci viene comunque un sospetto: che questa caccia all’untore nasconda piuttosto il tentativo di focalizzare l’attenzione su un aspetto delle cause, quello politicamente meno costoso, dimenticando tutti gli altri, che sono politicamente ben più costosi ma forse anche molto più importanti per eliminare quegli squilibri di fondo, che sono all’origine della crisi.
Il sospetto ci viene proprio guardando al documento finale che esce da Pittsburgh. Siamo stati molto contenti di leggervi il solenne impegno dei Paesi ricchi a lottare contro il protezionismo commerciale, quello che renderebbe cronica la crisi e la trasformerebbe in grande depressione a causa del crollo del commercio mondiale, come avvenne negli anni Trenta del secolo scorso. Peccato che nelle ultime settimane alcuni grandi Paesi abbiano dato prova dell’esatto contrario, mettendo in campo pericolosissime politiche protezionistiche. I due casi più eclatanti sono avvenuti in Germania e negli USA.
In Germania, il Governo si è affrettato a chiudere la vicenda OPEL, costringendo la General Motors a vendere la casa automobilistica tedesca ad un consorzio creato dal gruppo austriaco di componentistica Magna e dalla banca russa Sberbank. Perché la Merkel voleva assolutamente favorire questo consorzio a danno di altre proposte, industrialmente più valide, come quella di FIAT? La risposta è semplice: perché questo consorzio garantiva che la ristrutturazione necessaria per la sopravvivenza dell’azienda e il conseguente taglio di posti di lavoro avverrà a danno degli stabilimenti di Belgio, Inghilterra e Spagna, mentre quelli tedeschi (alcuni dei quali hanno dati di produttività bassissima) verranno preservati. Ovviamente questa promessa è stata lautamente pagata con i soldi dei contribuenti tedeschi. Non è questa una delle tante possibili forme di protezionismo commerciale che anche la Merkel a Pittsburgh si è impegnata a evitare? Il secondo caso viene dagli USA ed è molto più classico. Il presidente Obama nei giorni scorsi ha ceduto alle pressioni del Congresso decidendo un aumento del 35% delle tariffe commerciali imposte sui pneumatici importati dalla Cina. Oltre che nel contraddire clamorosamente quanto solo alcuni giorni dopo lo stesso Obama si sarebbe impegnato solennemente a combattere, la gravità di questa scelta sta anche nel fatto che essa può causare una reazione a catena, con altre lobby economiche pronte a chiedere al Presidente di proteggere con le stesse misure altri settori dalla concorrenza straniera. Sarebbe una catastrofe economica per il mondo intero.
Quindi, come si vede, anche questo vertice si è risolto in un puro esercizio retorico. Il mondo ha bisogno di leadership e non di retorica. Solo con una vera capacità di leadership si riuscirà ad inquadrare quelle che sono le cause profonde del terremoto a cui abbiamo assistito: cioè gli insostenibili squilibri tra Paesi con enormi deficit esteri, cioè che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, consumando più di quanto guadagnassero, e Paesi con enormi surplus, che hanno eccessivamente risparmiato e hanno finanziato con il loro risparmio i consumi dei primi. Il rapporto USA-Cina è emblematico. Ma anche in Europa ci sono casi simili: da un lato la Germania che ha accumulato avanzi commerciali record, tenendo bassi i consumi interni e favorendo l’export; dall’altro la Spagna che ha accumulato deficit commerciali altrettanto da record, spingendo i consumi interni e gli investimenti (soprattutto in costruzioni). Di esempi come questi se ne potrebbero fare tanti. Il punto è che per i politici spiegare ai propri cittadini cosa implica rimettere a posto queste cose potrebbe essere molto costoso, perché significherebbe dire che sono indispensabili grandi sacrifici e grandi cambiamenti. Dove sono i leader capaci di lanciare messaggi così difficili da accettare? Molto più semplice dare addosso all’untore!

NICO CURCI - ECONOMISTA