Dal vasto mondo

BENEDETTO XVI
Memoria e speranza

Il viaggio apostolico nella Repubblica Ceca
Quanta memoria in questa visita di Benedetto XVI nella Repubblica Ceca, la quarta visita di un Papa nella nazione dove il cristianesimo è fatto minoritario, e dove oltre la metà della popolazione, il 66 per cento, si professa atea o, forse, agnostica. È un viaggio che si pone alla vigilia delle celebrazioni per i venti anni del crollo del Muro di Berlino, della riunificazione delle due Germanie, dell’avvento della democrazia in queste nazioni un tempo sotto l’influenza di Mosca; viaggio che ricorda i venti anni – il prossimo anno, il 21 e 22 aprile – della prima visita di un Papa, Giovanni Paolo II, nella repubblica Cecoslovacca, ancora unita. Ancora, visita per ricordare che sono passati dieci anni dal secondo Sinodo per l’Europa – ottobre 1999 – che raccoglieva l’eredità e proseguiva la riflessione avviata nel primo Sinodo del 1991 annunciato da Papa Wojtyla a Velehrad in quell’aprile 1990, proprio all’indomani del crollo del muro di Berlino. Ed è la memoria, appunto, a fare da sfondo alla visita che Benedetto XVI pone sotto il segno della speranza. Memoria di quelle radici cristiane dell’Europa che non possono essere dimenticate: in un continente che continua ad essere sottoposto a molti cambiamenti, anche in paesi come la repubblica Ceca dove è in atto “una difficile ma produttiva transizione verso strutture politiche più partecipative”, oggi stanno emergendo, sotto varie forme, “tentativi tesi a marginalizzare l’influsso del cristianesimo nella vita pubblica”, a volte affermando che “i suoi insegnamenti sono dannosi al benessere della società”. Se Papa Wojtyla parlava di una Europa unita dall’Atlantico agli Urali, capace di respirare con i due polmoni – le chiese d’Occidente e d’Oriente – e di costruire il suo futuro sulle comuni radici cristiane, Papa Benedetto non solo fa sue queste affermazioni ma va oltre dicendo che non è affatto vero che le radici cristiane “siano da tempo avvizzite: al contrario, esse continuano, in maniera tenue ma al tempo stesso feconda, a provvedere al continente il sostegno spirituale e morale che permette di stabilire un dialogo significativo con persone di altre culture e religioni”. Quando l’Europa poi si pone in ascolto della storia del cristianesimo, afferma ancora il Papa, “ascolta la sua stessa storia: le sue nozioni di giustizia, libertà e responsabilità sociale, assieme alle istituzioni culturali e giuridiche stabilite per difendere queste idee e trasmetterle alle generazioni future, sono plasmate dalla sua eredità cristiana”. Una memoria del passato che 2anima le sue aspirazioni per il futuro”. Per questo dice il Papa, alla messa celebrata a Brno nella spianata davanti l’aeroporto, quando gli uomini escludono Dio dal loro orizzonte, dalla loro scelte e azioni, possono giungere a quelle “assurdità” che “l’esperienza della storia mostra”. Sono presenti una quarantina tra cardinali e vescovi, ci sono gli arcivescovi di Vienna Schönborn, di Cracovia Dziwisz, i vescovi delle chiese di rito orientale, un migliaio di sacerdoti alla celebrazione nella capitale della Moravia. Il Papa ricorda che “non è facile costruire una società ispirata ai valori del bene, della giustizia e della fraternità, perché l’essere umano è libero e la sua libertà permane fragile. La libertà va allora costantemente riconquistata per il bene e la non facile ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è un compito che appartiene a tutte le generazioni”. Ad ascoltarlo ci sono giovani e meno giovani, molti sono in costumi tradizionali; è messa davanti ad una grande folla, con persone venute dalla Polonia, dall’Austria, dalla Germania, dalla Slovacchia. Il Papa al suo arrivo è accolto dal suono delle campane del Castello gotico di Spilberk, quello de “Le mie prigioni” di Silvio Pellico; in suo omaggio sull’altare è stata posta la preziosa statua della Vergine Maria di Turany, che, secondo la tradizione, è stata portata sul territorio della Grande Moravia dagli apostoli Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei popoli slavi. Memoria e speranza. La repubblica Ceca, afferma il Papa, sta vivendo “una condizione culturale che rappresenta spesso una sfida radicale per la fede e, quindi, anche per la speranza. In effetti sia la fede che la speranza nell’epoca moderna, hanno subito come uno spostamento, perché sono tate relegate sul piano privato e ultraterreno, mentre nella vita concreta e pubblica si è affermata la fiducia nel progresso scientifico ed economico”. Ma questo progresso, ricorda Papa Benedetto, è “ambiguo”, apre “possibilità di bene insieme a prospettive negative”. L’uomo “ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma deve essere salvato, e più profondamente, dai mali che affliggono lo spirito”. Ed ecco la speranza, la “salda speranza”: Cristo. “Qui, come altrove, nei secoli passati tanti hanno sofferto per mantenersi fedeli al Vangelo e non hanno perso la speranza; tanti si sono sacrificati per ridare dignità all’uomo e libertà ai popoli, trovando nell’adesione generosa a Cristo la forza per costruire una nuova umanità. E pure nell’attuale società, dove tante forme di povertà nascono dall’isolamento, dal non essere amati, dal rifiuto di Dio e da un’originaria tragica chiusura dell’uomo che pensa di poter bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero; in questo nostro mondo che è alienato quando si affida a progetti solo umani, solo Cristo può essere la nostra certa speranza”. Memoria e speranza. È difficile credere che solo due decenni sono passati dal crollo dei precedenti regimi. Tante speranze si erano affacciate all’orizzonte. La riconquistata libertà sembrava terreno fertile sul quale far crescere le nuove generazioni in un clima di maggiore partecipazione. In questo periodo, “i cristiani si sono uniti assieme ad altri uomini di buona volontà nell’aiutare a ricostruire un ordine politico giusto, e continuano oggi ad impegnarsi nel dialogo per aprire nuove vie verso la comprensione reciproca, la collaborazione in vista della pace e il progresso del bene comune”. Venuto meno il totalitarismo politico, oggi, dice il Papa al mondo della cultura, “l’esercizio della ragione e la ricerca accademica sono costretti – in maniera sottile e a volte nemmeno tanto sottile – a piegarsi alle pressioni di gruppi di interesse ideologici e al richiamo di obiettivi utilitaristici a breve termine o solo pragmatici? Cosa potrà accadere se la nostra cultura dovesse costruire se stessa solamente su argomenti alla moda, con scarso riferimento ad una tradizione intellettuale storica genuina o sulle convinzioni che vengono promosse facendo molto rumore e che sono fortemente finanziate? Cosa potrà accadere se, nell’ansia di mantenere una secolarizzazione radicale, finisse per separarsi dalle radici che le danno vita? Le nostre società non diventeranno più ragionevoli o tolleranti o duttili, ma saranno piuttosto più fragili e meno inclusive, e dovranno faticare sempre di più per riconoscere quello che è vero, nobile e buono”.

FABIO ZAVATTARO