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Dal vasto mondo
LEGGERE È PENSARE È credibile l’ateismo? Un libro di Lohfink smonta molti luoghi comuni dei negatori di Dio
“Il sorriso dell’altro che ci sta di fronte è pieno di bontà di cuore. L’amore non è soltanto un processo ormonale. L’amore, quando è veramente amore, è anche una conoscenza spirituale. È cogliere con benevolenza infinita la presenza della persona dell’altro”. Sono parole del teologo e sacerdote Gerhard Lohfink, per molti anni docente di esegesi biblica all’università di Tubinga, che in “Dio non esiste! Gli argomenti del nuovo ateismo” (San Paolo, 165 pagine) mette in guardia tutti – compresi i non credenti – da alcune clamorose banalizzazioni e approssimazioni sulla questione dell’esistenza di Dio. Soprattutto quella della creazione dell’universo, che secondo alcuni, tra cui l’ormai citatissimo Dawking, non può che essere frutto del caso, o materia sempre esistita, lei sì eterna, altro che Dio. Che c’entra il discorso sull’amore di cui abbiamo fatto menzione all’inizio? Semplice: se non basta elencare alcune parti visibili e tangibili per avere un’idea esaustiva del tutto e della sua origine, questo vale anche per i sentimenti. L’amore non è pura materialità, non solo tempesta di ormoni, sessualità animale, ma altro, un altro, che non si vede e non si tocca, ma che esiste. “Null’altro che una riduzione radicale. La cosiddetta scienza esatta lascia da parte molti aspetti del reale e si limita a prendere in considerazione solo ciò che possiamo contare e misurare”. La cosa buffa è che alcuni prendono la nuova fisica rampollata dai quanti e dal principio di indeterminazione di Heisenberg come prova della non esistenza di una creazione (lo fa ad esempio Houellebecq nelle “Particelle elementari”) mentre è vero il contrario: quella fisica ha messo una pietra tombale sul determinismo positivista che dava ormai per scontata la totale conoscenza scientifica – e materialista – del cosmo. L’amore dell’uomo può richiamare la creazione divina. Ma ascoltiamo ancora Lohfink: “L’intera evoluzione è voluta e portata avanti da Dio, e tuttavia rappresenta un autoavanzamento della natura tramite una costante sperimentazione, con tentativi ed errori, con fallimenti e riuscite (...)”. È chiaro che lo studioso ha come obiettivo la demolizione di uno dei punti-cardine della scuola evoluzionistica post-darwiniana – e non di Darwin – e che cioè provare la scientificità dell’evoluzione umana equivarrebbe a negare la creazione del mondo da parte di Dio. Niente di più falso, e soprattutto di irrazionale: anzi, a dirla tutta Lohfink se la prende anche con la parte avversa agli ateisti in cattiva fede, e cioè i creazionisti puri, quelli che pretendono di prendere alla lettera i racconti, della creazione nella Bibbia. Anche qui lo studioso ci va giù pesante, perché respingendo radicalmente la teoria dell’evoluzione i creazionisti radicali stanno “provocando danni gravissimi al cristianesimo”. Se i testi vanno interpretati con l’intelligenza che il buon Dio ci ha dato, lo devono fare tutti, sia gli evoluzionisti sia i credenti. Il teologo e filologo spiega che molti racconti biblici sono stati scritti in momenti particolari, come ad esempio le due deportazioni in Assiria e a Babilonia, e che alcune frasi lette in questo contesto non sono da prendersi alla lettera come vendetta divina ma come aspirazione alla libertà, come speranza nella presenta di un Dio liberatore accanto al popolo in catene. Lohfink affronta anche altri luoghi comuni, come quello della insensatezza dell’esistenza, del suo dolore senza fine, dell’immagine primitiva del dio biblico, della sostanziale passività che indurrebbe lo sguardo fisso sull’aldilà, e li attacca svuotandoli dal loro stesso interno, semplicemente smontandone i meccanismi. A volte si intravede l’esasperazione dello studioso che si è stancato delle accuse di stupidità e credulità fatte ai cristiani. E allora prende Dawking per il bavero: “Non ha la benché minima idea dei risultati ottenuti dall’ermeneutica veterotestamentaria, ma nemmeno dell’approccio ai testi letterari. Li violenta con una furia cieca. Non si preoccupa affatto di capire generi letterari che gli sono estranei. Appare chiaro che odia la Bibbia prima ancora di averla aperta”. Più chiaro (e deciso) di così... Ma, aldilà delle polemiche, vi sono pagine in cui amore divino e umano, scienza ed arte trovano un terreno mirabile d’incontro, come quando lo studioso cita Van Gogh per far capire come la semplice materia non basta a comprendere il processo creativo: non è sufficiente la chimica dei colori, la composizione della tela per dare l’idea del genio del grande artista. Ci vuole altro, qualcosa di non calcolabile con numeri e atomi, di cui l’amore gratuito per l’altro rappresenta l’unica, anche se lontana e contraddittoria, eco. MARCO TESTI
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