EGITTO. La rivoluzione continua
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La rivoluzione continua

Un anno dopo, piazza Tahrir non si placa
Una folla enorme si è riunita a piazza Tahrir, al Cairo, per il primo anniversario della rivoluzione del 25 gennaio che ha deposto il presidente Hosni Mubarak. Sei cortei si sono riversati nell’epicentro della protesta, nel luogo simbolo della rivoluzione egiziana, controllato e vigilato da numerosi volontari organizzati in check point. A guidare uno dei cortei è stato l’ex candidato alla presidenza egiziana, Mohamed el Baradei, già capo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. In testa ad un altro corteo c’era invece l’ex segretario della Lega Araba, Amr Mussa, che ha chiesto che “il Consiglio militare rispetti l’impegno di cedere il potere entro il 30 giugno. Non è tempo di festeggiare ma di trarre lezioni”. A fare da sfondo alla manifestazione lo slogan unitario “la rivoluzione continua”. In passato il 25 gennaio era il “Giorno della polizia” ma il Consiglio supremo delle Forze armate lo ha voluto ribattezzare in “Giorno della rivoluzione”. E non è un caso che, proprio il 25 gennaio, il maresciallo Hussein Tantawi, capo del Consiglio militare, ha annunciato l’abolizione della legge sullo stato di emergenza in vigore da quasi 30 anni. Molto usata da Mubarak, la legge consentiva di aggirare il sistema giudiziario civile: chiunque poteva essere arrestato e incarcerato senza un processo. Anche il Consiglio militare che ha preso il potere dopo la caduta di Mubarak è stato criticato per aver fatto uso di questa legge controversa. In 30 anni di regime, secondo alcune stime, 2 mila civili sono stati giudicati grazie allo stato di emergenza; nei 10 mesi di potere del Consiglio il loro numero è salito a 12 mila.

Sull’orlo del baratro. “La rivoluzione continua”: lo slogan condiviso anche da mons. Botros Fahim Awad Hanna, ausiliare del card. Antonios Naguib, patriarca di Alessandria di Egitto. “La folla presidia piazza Tahrir e molti altri centri del Paese – spiega al SIR il vescovo copto-cattolico – perché la rivoluzione continua. La caduta di Mubarak e le elezioni non bastano a dire che è finita. Tante cose restano da fare sul piano politico, sociale ed economico. Permangono, poi, dei dubbi su come si muoverà il nuovo Parlamento ed il nuovo governo, a maggioranza islamica. Dalle prime sedute della neoeletta Camera Bassa si capisce che dobbiamo ancora fare l’abitudine alla pratica democratica. Resta alto anche il malcontento dei familiari delle vittime (850, ndr) e dei feriti della repressione della piazza ordinata da Mubarak, che attendono giustizia”. Dopo un anno, sottolinea mons. Hanna, “le condizioni economiche sono peggiorate. L’Egitto è sull’orlo della catastrofe economica, la gente povera è diventata ancora più povera, la disoccupazione è quasi triplicata arrivando a toccare il 25%, dal 9% di prima. L’ingiustizia è evidente così come è palese la corruzione dei dirigenti pubblici, a tutti i livelli. La mentalità è la stessa di sempre, sfruttare al meglio le situazioni per trarne profitto personale”. “Grave è anche la mancanza di sicurezza a causa del dilagare della delinquenza comune: sono in aumento – denuncia il vescovo – i casi di rapimento di giovani, liberati solo in cambio di un riscatto”.

Cristiani, tra paura e speranza. A risentire di tutto questo caos “sono anche i cristiani che hanno partecipato sin dall’inizio alle manifestazioni, senza attendere, come spesso accadeva in passato, indicazioni dalle rispettive Chiese”. Davanti alla situazione attuale i fedeli stanno reagendo in due modi diversi: “La gente semplice, che rappresenta la maggioranza delle comunità, ha tanta paura e per questo sceglie di emigrare. Solo l’anno scorso hanno lasciato l’Egitto in oltre 150 mila. La vittoria degli islamici nelle ultime elezioni ha aumentato i dubbi e le paure”. Vi è poi una parte dei cristiani, “quelli che occupano posti più elevati nella società egiziana che, invece, hanno una posizione più attendista e direi speranzosa. Vogliono vedere come si sviluppano gli eventi per prendere una decisione. Ma sono la minoranza dei cristiani. Come Chiesa cerchiamo di rassicurare i nostri fedeli e di aiutarli a non cadere nella paura che è la cosa peggiore che ci possa accadere oggi. La paura paralizza ogni azione”. “Le attese per una rivoluzione che soddisfi le richieste di giustizia sociale dei giovani manifestanti restano comunque alte anche a distanza di un anno”, conclude mons. Hanna che vede nella decisione del Consiglio militare di abolire la legge sullo stato di emergenza, “un passo positivo. La legge era in vigore da trent’anni ed è stata abrogata prima ancora che i parlamentari lo chiedessero. Resta, tuttavia, un’ambiguità di fondo poiché, è stato detto, la legge continuerà ad essere applicata per i casi di teppismo. Non vorrei che fosse un modo per continuare a reprimere le proteste. Si applicherà anche ai manifestanti? Occorrerà precisarlo al più presto”.

A CURA DI DANIELE ROCCHI