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La tenuta dell’agricoltura nel tempo della crisi economico-finanziaria
La scorsa settimana si è tenuto a Roma il XXXVI Convegno nazionale dei consiglieri ecclesiastici della Coldiretti sul tema “La solidarietà mette le ali alla speranza. Etica ed economia oggi”. I partecipanti, oltre 150 da ogni parte del Paese, hanno approfondito i principali contenuti dell’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”, grazie anche all’intervento di teologi, economisti, storici, sociologi e specialisti del settore (cfr. www.agensir.it lanci quotidiani dall’8 all’11 settembre e servizio su Sir n. 60/2009). Qui di seguito l’intervista al presidente nazionale della Coldiretti Sergio Marini alla conclusione dei lavori de convegno.

La Coldiretti è una realtà con 750 mila imprese aderenti e oltre un milione e mezzo di associati. La presenza dei consiglieri ecclesiastici, riuniti a convegno da ogni parte d’Italia, testimonia il permanere di un’ “anima cattolica”. E’ così?
“Sì. Non solo rimane l’anima cattolica delle origini, ma anzi la riflessione sui grandi valori del cattolicesimo sociale presentati nell’enciclica ‘Caritas in veritate’ offre ricchi insegnamenti anche per il futuro. Ne abbiamo tratto la convinzione che siamo sulla strada giusta e che alle realtà di rappresentanza come la nostra compete un compito preciso per correggere le anomalie del mercato e favorire lo sviluppo di tutta la società”.

Quali sono le principali riflessioni emerse dal convegno dei consiglieri ecclesiastici?
“La riflessione dei consiglieri ecclesiastici, anche per l’alto valore dei contributi portati da studiosi e specialisti, rappresenta uno stimolo per l’associazione ad interrogarsi se abbiamo fatto abbastanza di fronte alla crisi economica, alle sue ragioni, ai messaggi fuorvianti ai quali supinamente molti si erano abituati. Prima dello scoppio della crisi ci avevano bombardati con slogan che sono stati accettati come ‘verità assolute’: la prima è che il mercato si potesse regolare da solo, la seconda che la globalizzazione era il bene assoluto, la terza che il ‘grande’ in economia è meglio del ‘piccolo’ e sempre positivo per le economie di scala che innesca, la quarta che oggi il mercato ha bisogno di velocità e bisogna essere in pochi a decidere, meglio se uno solo”.

Se queste “verità” non sono “vere”, o non lo sono sempre e comunque, come rispondere alla crisi e che ruolo per aggregazioni come la Coldiretti?
“Il sistema è crollato perché queste presunte ‘verità’ non sono state sottoposte a un adeguata critica e non si sono colti i pericoli impliciti in esse. Come altre organizzazioni professionali e realtà di rappresentanza dobbiamo pensarci in maniera più attiva, capaci di proporsi sul piano pubblico e sociale come soggetti che interrogano e propongono nuove vie. Dobbiamo cioè curare non solo gli interessi specifici degli agricoltori associati, ma offrire anche un progetto culturale nuovo per il sociale”.
Si può dire che anche l’agricoltura sia stata colpita dalla crisi?
“In parte sì, ma certamente meno che per altri comparti produttivi. Non c’è stato un crollo dei consumi e dei prezzi così marcato come per altri beni. La crisi semmai ha mostrato una volta di più che i vecchi mali permangono: penso alle filiere commerciali troppo lunghe, alla contraffazione e falsificazione dei prodotti tipici, specie del ‘made in Italy’ che tanti danni porta ai nostri produttori, alle logiche stringenti della grande distribuzione che mostrano ancora una volta come il soggetto più forte tende a schiacciare il debole”.

Da parte vostra come reagite a questa situazione?
“Io sono ottimista sul futuro dell’agricoltura. Stiamo lavorando per potenziare il modello agricolo e alimentare legandolo fortemente al territorio. Questo penso sia un’arma vincente per competere, come dimostra il numero crescente di imprese in mano a giovani e donne che sono molto preparati sul piano professionale, imprenditoriale e culturale. I processi di trasformazione avviati, ad esempio quello dei farmer markets, degli agriturismi, delle produzioni tipiche, dei marchi depositati, del ‘chilometro zero’ dal produttore al consumatore, indicano che siamo di fronte ad aziende bene avviate, che sanno dove andare e come farlo. Dal canto nostro come ‘sindacato’ dobbiamo essere capaci di proporci maggiormente per sostenere questi percorsi di crescita”. A CURA DI LUIGI CRIMELLA