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Dal vasto mondo
Società e lavoro Rispondere alla povertà
Nel periodo in cui si ravvisano alcuni segnali di ripresa nel settore dell’economia, non si può correre il pericolo di lasciare indietro quelli che più di altri hanno subito, e stanno ancora subendo, le conseguenze della crisi: le centinaia di migliaia di precari che non hanno visto il rinnovo del loro contratto, come gli altrettanti numerosi cassintegrati che corrono il pericolo di veder chiusa la loro azienda. Allo stesso tempo una specifica attenzione va offerta a tutti quelli che si ritrovano ai margini della società. Il fatto nuovo a cui stiamo assistendo è la progressiva erosione di quello che un tempo si chiamava ceto medio. Molte persone finiscono per essere emarginate, escluse fino a rimanere isolati dai sistemi produttivi e di consumo tanto da arrivare a sentirsi una “ridondanza sociale”. Queste persone diventano invisibili, tanto che risulta difficile anche individuarli attraverso le tecniche di rilevazione che i Paesi dell’Unione Europea mettono in campo. È questa una delle più importanti indicazioni che si apprendono da «Comprendere la povertà» un testo nato dalla collaborazione di Caritas e Isfol. Il volume, appena pubblicato, si propone l’obiettivo di fare chiarezza tra i molteplici indicatori che a volte corrono il rischio di non cogliere nel segno, come spiega, durante la presentazione del libro, il sociologo Giovanni Battista Sgritta, sovente si misura la disuguaglianza di redditi, ma questa non è il sinonimo di povertà: «Se la povertà è mancanza di cittadinanza, come si misura quest’ultima?». Tanto per gli operatori sociali quanto per i politici è importante essere dotati di una bussola efficace per orientarsi nell’analisi del fenomeno povertà. A partire dal presupposto come si legge nell’introduzione di Francesco Marsico, vice direttore Caritas, che “narrare le povertà è, innanzitutto, rendere possibile un discorso pubblico su di esse”. Ma soprattutto è un passo necessario per risalire alla loro origine. «Le povertà rese osservabili dovrebbero essere assunte come un test impegnativo a cui sottoporre ogni comunità, a tutti i livelli territoriali, per verificarne l’effettiva democraticità, vale a dire la capacità non solo nominale di riconoscere i diritti individuali e sociali dei suoi membri, ma di garantirli anche ponendo in essere politiche di inclusione». Occorre quindi innanzitutto comprendere per non lasciare indietro nessuno. Avere delle lenti di osservazione chiare è la base per creare le condizioni per sostenere i più deboli e meno garantiti. In una società democratica l’obiettivo del welfare deve essere quello di creare le condizioni per tutti di una “vita buona”, degna di essere vissuta in tutte le condizioni e le stagioni. ANDREA CASAVECCHIA
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