Benedetto XVI. Cristo dietro le sbarre. Incontro con i carcerati
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Cristo dietro le sbarre

Incontro con i carcerati: una scossa alla politica, alle istituzioni, alla comunità cristiana e alla società

Con questa domenica siamo entrati nell’ultima settimana d’Avvento, un tempo prezioso che ci è dato per contemplare quella nascita che è invito a uscire dalle nostre incertezze e paure, a percorrere strade di rinnovamento. Siamo chiamati a camminare verso quella grotta, evento che cambia radicalmente la storia, che c’insegna a essere umili, pronti a dire il nostro “sì” come Maria.

Nelle parole che pronuncia all’Angelus, in piazza San Pietro, papa Benedetto legge l’avvenimento di Nazareth sottolineando la verginità di Maria e la divinità di Gesù: “Maria ha concepito, ma lo ha fatto per opera dello Spirito Santo, cioè di Dio stesso”. Così l’essere “che comincia a vivere nel suo grembo prende la carne da Maria, ma la sua esistenza deriva totalmente da Dio. È pienamente uomo, fatto di terra – per usare il simbolo biblico – ma viene dall’alto, dal Cielo”. Commenta il Papa: “Il fatto che Maria concepisca rimanendo vergine è dunque essenziale per la conoscenza di Gesù e per la nostra fede, perché testimonia che l’iniziativa è stata di Dio e soprattutto rivela chi è il concepito”.

Maria non dubita del potere di Dio, pone una domanda all’angelo che non è un rifiuto: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. Maria vuole capire, “nella sua semplicità, è sapientissima”, dice il Papa. Non dubita ma vuole capire meglio cosa gli chiede di fare Dio, “per conformarsi completamente a questa volontà. Maria è infinitamente superata dal Mistero, eppure occupa perfettamente il posto che, al centro di esso, le è stato assegnato”.

Il Signore rispetta la dignità e la libertà di Maria “proprio per la sua singolare umiltà”. Si aspetta il “sì” di “questa fanciulla per realizzare il suo disegno”. La parola di Dio accolta con fiducia e umiltà, come ha fatto Maria, ci spinge fuori dal nostro mondo, dalle nostre comodità; c’invita a guardare al nostro prossimo, a chi è povero e debole.

E forse non è un caso che il Papa, proprio in questo giorno che conclude il tempo dell’attesa, abbia voluto recarsi a far visita ai carcerati, a Rebibbia. “Un mondo di sofferenza, solitudine, umiliazione, che non deve essere ignorato”, scrive un detenuto in una lettera letta dal ministro della Giustizia, Paola Severino. “Se aiuteremo la barca di nostro fratello ad attraversare il fiume – scrive ancora il detenuto, recluso nel carcere di Buoncammino di Cagliari – anche la nostra barca avrà raggiunto la riva”.

È un Papa che vede Omar, un giovane del Benin, piangere. Che ricorda, nel suo discorso, che dove c’è “un carcerato, un affamato, lì c’è Cristo che attende la nostra visita”; che parla di sovraffollamento delle carceri e di degrado che diventano una “doppia pena”.

C’è poi il detenuto che parla a nome di quanti sono in infermeria, sieropositivi; c’è Alberto, romano, padre di una bambina che mostra in foto con orgoglio al Papa, che gli fa gli auguri. C’è infine la preghiera di un detenuto, invocazione a Dio: “Tu non ti sei dimenticato di me, anche se vivo spesso lontano dalla luce del tuo volto”.

E c’è un Papa che risponde con dolcezza, mostrando grande attenzione per le attese e le speranze di queste persone, recluse è vero, ma alle quali non deve mai essere tolta la dignità di figli di Dio. Spiega Benedetto XVI che la sua visita è per mostrare amicizia, ma anche gesto pubblico per ricordare le difficoltà del carcere.

C’è chi si rivolge a papa Benedetto dicendo di avere un milione di cose da chiedere, chi domanda se il perdono per i propri peccati può essere chiesto nel silenzio del proprio cuore; chi pone la questione del perché a pagare siano sempre i poveri, e si lamenta che si parli male di loro: non badare a chi parla male, magari con ferocia; parlano male anche del Papa, dice candidamente Benedetto XVI. “Sono venuto perché so che voi avete bisogno del riconoscimento umano, bisogno di questa presenza del Signore –afferma ancora il Papa – perciò spero che sempre qui possa essere realizzato lo scopo delle case circondariali di aiutare a ritrovare sé stessi, a riconciliarsi con sé stessi, con gli altri, con Dio. E di aiutarvi a rientrare nella società, le mie preghiere sono sempre con voi”. Ricorda poi le parole che ha pronunciato in un suo discorso nel Benin dove si ribadiva la necessità di adottare “sistemi giudiziari e carcerari indipendenti, per ristabilire la giustizia e rieducare i colpevoli. Occorre inoltre bandire i casi di errori della giustizia e i trattamenti cattivi dei prigionieri, le numerose occasioni di non applicazione della legge che corrispondono a una violazione dei diritti umani e le incarcerazioni che non sfociano se non tardivamente o mai in un processo. La Chiesa riconosce la propria missione profetica di fronte a coloro che sono colpiti dalla criminalità e il loro bisogno di riconciliazione, di giustizia e di pace. I carcerati sono persone umane che meritano, nonostante il loro crimine, di essere trattate con rispetto e dignità. Hanno bisogno della nostra sollecitudine”.

Il tempo di Avvento, il Natale che è alle porte, ci chiedono di uscire dal nostro egoismo; questi giorni non siano solo un passare di festa in festa, dimenticandoci dell’unico ospite che non può mancare e che troviamo, povero e umile, in quella mangiatoria: perché per lui non c’era altro posto.

Fabio Zavattaro