Strage di Liegi. Il silenzio delle vittime
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attacco_liegi22--499x285 STRAGE DI LIEGI

Il silenzio delle vittime

 

Padre Eric de Beukelaer, decano della città belga

Dolore e choc anche per la comunità cattolica di Liegi, la città belga scossa il 13 dicembre da un attentato omicida folle che ha provocato la morte di sei persone (tra cui 3 ragazzi e un bambino di 2 anni) e 125 feriti. La sera dell’attentato la comunità cattolica si è unita in preghiera nella chiesa di Saint-Barthélemy. “Una violenza cieca e inumana – ha detto il vescovo di Liegi, mons. Aloys Jousten – ha seminato morte e terrore nel cuore della nostra città. Quanta sofferenza inutile e inaccettabile. Alle vittime, alle famiglie provate, alla popolazione sotto choc, esprimo la mia vicinanza e il mio sostegno morale. Tutti hanno un posto nella preghiera dei cristiani della diocesi. Vorrei anche ringraziare le forze dell’ordine e le autorità civili per il loro coraggio e il loro impegno”. Abbiamo raggiunto telefonicamente don Eric de Beukelaer, ex portavoce della Conferenza episcopale del Belgio e ora decano nella città di Liegi, che si trovava vicino alla zone della strage. Gli abbiamo chiesto una sua testimonianza.

Ci può raccontare cosa è successo?

“Non mi trovavo proprio sul posto ma a qualche isolato più in là. Era una giornata piovosa e ventosa a Liegi. Stavo condividendo un pranzo di lavoro con una persona, parlavamo, quando all’improvviso abbiamo visto la strada riempirsi di poliziotti. Dai tavoli vicini ho cominciato a sentire parole come ‘granate’, ‘spari’, ‘morti’, ‘feriti’. Nel cielo è apparso anche un elicottero. Sul mio cellulare trovo già alcuni messaggi di amici che cercavano di contattarmi per sapere se stavo bene. Volevo rassicurarli ma la rete era caduta. Torno nel mio ufficio e accendo il computer. Twitter dà le prime notizie. L’informazione si costruisce a fatica. Per strada, la sirena di un’ambulanza si unisce a quella delle campane della cattedrale e in questo rumore penso al silenzio che cadrà presto sulle vittime e sulle loro famiglie. E allora chiudo Twitter e mi metto a pregare. Non potevo fare altro in quel momento: essere in comunione con quelli che stavano soffrendo”.

Si è capito cosa ha spinto l’attentatore a compiere un gesto così folle?

“No, purtroppo non abbiamo notizie in più rispetto a quelle che sono su tutti i giornali. È spesso la disperazione e il male di vivere a spingere a commettere gesti insensati e a fare del male attorno a sé. Sono cose che sono già accadute e purtroppo potranno succedere ancora”.

Ci sono ragioni razziste dietro all’attentato come fu per la strage di Oslo?

“Non si ha l’impressione che ci siano ragioni razziste, tanto più che l’autore della strage è di origine araba e che le vittime sono di più religioni. Credo che sia il gesto di un disperato, di un folle”.

Come comunità cristiana, vi state chiedendo come rispondere ad una tragedia simile?

“Come cristiani dobbiamo accompagnare nella preghiera la sofferenza provocata da simili avvenimenti. Non abbiamo risposte da dare che altri non hanno. Credo però che la peggiore reazione sarebbe quella di lasciarsi prendere dalla paura, dall’emozione, dal temere gli eventi. Certo che c’è la paura, ma bisogna stringersi nella solidarietà”.

Ci si sta chiedendo in Belgio come mai un folle avesse tutte quelle armi?

“Saranno gli inquirenti a fare luce su questa storia. Credo che la cosa migliore da fare è mantenere la testa fredda: se ci facciamo prendere dalle polemiche o dalla ricerca dei colpevoli e degli errori commessi, credo che non faremmo un buon servizio alla nostra gente. Certo, rimane la paura ma dobbiamo avere fiducia negli inquirenti i quali ci daranno delle risposte”.

Le vittime erano giovani: tre ragazzi e un bambino di due anni. Un dramma che si aggiunge al dramma...

“Proprio così. Il 13 dicembre per tutti i morti e i feriti c’è stata una preghiera della Comunità di Sant’Egidio”.