BENEDETTO XVI. Testimoni nel deserto
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Testimoni nel deserto

Come il Battista annunciatori di Dio


Viviamo tempi difficili e preparare il Natale, distratti come siamo da luci e richiami commerciali, non è cosa semplice. Certo c’è la crisi economica che fa sentire il suo peso. Ma preparare il Natale non significa pensare solo alle cose da comprare. Non è solo una festa fatta di acquisti e di luci: c’è ben altro dietro questo tempo di attesa, di speranza. E bisogna prepararsi “non solo con i doni ma con il nostro cuore”. Senza “perdere il contatto con Dio nel nostro cuore. Se questo contatto c’è, un fatto di gioia c’è”.

Domenica “Gaudete”. Papa Benedetto visita la parrocchia romana di Santa Maria delle Grazie a Casal Boccone, un tempo borgata cresciuta in fretta nella periferia Nord di Roma. Poi, in piazza San Pietro, recita l’Angelus e benedice i bambinelli del presepe. Domenica per ricordare che il tempo di attesa per quella nascita si avvia a conclusione. E c’è una figura che spicca nel racconto evangelico: san Giovanni Battista. Diremmo oggi che è famoso, è un personaggio importante e il suo battezzare sulle rive del Giordano attira l’attenzione e arrivano i comunicatori: lo chiamano Cristo, Elia, profeta i sacerdoti e i leviti. Lui nega: “Sono una voce che grida nel deserto”; “non sono degno di slegare il laccio del sandalo” a colui che verrà dopo.

Non si è lasciato travolgere dal successo, dalla fama che cresceva attorno a lui. È rimasto se stesso e non ha minimamente pensato di rubare la scena, di farsi passare per un profeta, per il messia. È rimasto un testimone, una voce, appunto, che grida nel deserto. Ed è ciò che il Papa ha chiesto ai fedeli della parrocchia romana: essere testimoni nel deserto delle nostre città, dei nostri ambienti di lavoro, dove quella voce fatica a essere udita.

Chi è dunque Giovanni Battista, si è chiesto il Papa nella sua omelia. È “il precursore, semplice testimone, totalmente subordinato a colui che annuncia; una voce nel deserto, come anche oggi, nel deserto delle grandi città di questo mondo, di grande assenza di Dio, abbiamo bisogno di voci che semplicemente ci annunciano: ‘Dio c’è, è sempre vicino, anche se sembra assente’”. È una voce nel deserto ed è un testimone della luce; “e questo ci tocca nel cuore, perché in questo mondo con tante tenebre, tante oscurità, tutti siamo chiamati a essere testimoni della luce. Questa è proprio la missione del tempo di Avvento: essere testimoni della luce, e possiamo esserlo solo se portiamo in noi la luce, se siamo non solo sicuri che la luce c’è, ma che abbiamo visto un po’ di luce”.

Testimoni di luce anche di fronte alla sfida “costituita da gruppi religiosi che si presentano come depositari della verità del Vangelo”: il fenomeno delle sette. Il Papa chiede di essere vigilanti, di proporre con chiarezza le verità della fede cristiana, di “rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Chiede ai parrocchiani di purificare e rafforzare la propria fede “di fronte ai pericoli e alle insidie che possono minacciarla in questi tempi. Superate i limiti dell’individualismo, della chiusura in sé stessi, il fascino del relativismo, per cui si considera lecito ogni comportamento, l’attrazione che esercitano forme di sentimento religioso che sfruttano i bisogni e le aspirazioni più profonde dell’animo umano, proponendo prospettive di appagamento facili, ma illusorie. La fede è un dono di Dio, ma che vuole la nostra risposta, la decisione di seguire Cristo non solo quando guarisce e solleva, ma anche quando parla di amore fino al dono di sé stessi”.

Chiede infine di essere testimoni della carità, in una comunità che ha visto arrivare molti immigrati, “persone in difficoltà e in situazioni di disagio, che hanno bisogno di voi, del vostro aiuto materiale, ma anche e soprattutto della vostra fede e della vostra testimonianza di credenti”.

Vigilanza del cuore; la chiede il Papa all’Angelus, in un tempo in cui “l’ambiente esterno propone i consueti messaggi di tipo commerciale, anche se forse in tono minore a causa della crisi economica”, il cristiano “è invitato a vivere l’Avvento senza lasciarsi distrarre dalle luci, ma sapendo dare il giusto valore alle cose, per fissare lo sguardo interiore su Cristo”. La vera gioia non è corsa ai divertimenti, non è “esulare dagli impegni della vita e dalle sue responsabilità”, è legata a qualcosa di più profondo: “Certo, nei ritmi quotidiani, spesso frenetici, è importante trovare spazi di tempo per il riposo, per la distensione, ma la gioia vera è legata al rapporto con Dio. Chi ha incontrato Cristo nella propria vita, sperimenta nel cuore una serenità e una gioia che nessuno e nessuna situazione possono togliere”. Come dire: la festa non deve farci dimenticare chi è il festeggiato.

Fabio Zavattaro