|
Dal vasto mondo
BOFFO-FELTRI
Dal 2002 a oggi
Gennaio 2002. La famiglia di una ragazza di Terni sporge denuncia contro ignoti, perché sul cellulare la giovane ha ricevuto telefonate “moleste” a partire dall’agosto 2001. 14 ottobre 2003. Il direttore di “Avvenire” Dino Boffo viene iscritto nel registro degli indagati. Dall’esame dei tabulati risulta che le telefonate moleste sono partite da un cellulare che era nella sua disponibilità. La parte lesa ritira la querela, ma la denuncia per “molestie”, che è un reato perseguibile d’ufficio, prosegue il suo corso. Boffo dichiara agli inquirenti di non essere stato lui l’autore delle telefonate moleste, ma non viene creduto. 8 aprile 2004. Il Pm chiede la condanna di Boffo, che non nomina neanche un suo difensore: ne viene incaricato uno d’ufficio. 9 agosto 2004. Dino Boffo riceve un Decreto penale di condanna al pagamento di 516 euro per il reato “di cui all’art. 660 cp, effettuando ripetute chiamate sulle sue utenze telefoniche nel corso delle quali la ingiuriava anche alludendo a rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela) per petulanza e biasimevoli motivi recava molestia...”. 19 luglio 2005. Il Tribunale di Terni rifiuta la visione degli atti del procedimento giudiziario al giornalista Mario Adinolfi (già collaboratore di Avvenire) che ne dà notizia sul suo blog il 20 settembre 2005, parlando del “direttore di un quotidiano cattolico”. 24 luglio 2006. Il nome di Boffo come “condannato” per molestie viene fatto dalla Nuova agenzia radicale. 12 gennaio 2008. “Panorama” pubblica la sentenza del Tribunale di Terni. 29 agosto 2009. Vittorio Feltri sbatte la notizia in prima pagina del quotidiano “Il Giornale” che dirige da circa un mese. Occhiello: “Incidente sessuale del direttore di ‘Avvenire’”. Titolo a nove colonne: “Il supermoralista condannato per molestie”. Feltri nell’editoriale spiega che il direttore di “Avvenire” “con i suoi scritti aspramente critici sulla condotta del Cavaliere” è “diventato nella considerazione di parecchia gente l’interprete del pensiero della Chiesa a proposito dello scandalo che tiene banco dall’inizio dell’estate. Ebbene se i vescovi hanno affidato al direttore Boffo il compito di loro portavoce si sono sbagliati di grosso, non perché lui non abbia capacità tecniche bensì perché privo dei requisiti morali per fare il moralista o per recitarne la parte”. Un ampio articolo a pagina 3, a firma di Gabriele Villa, affermava già dal sommario: “Il direttore dell’’Avvenire’, in prima fila nella campagna di stampa contro Berlusconi, intimidiva la moglie dell’uomo con cui aveva una relazione omosessuale. Per questo ha patteggiato: con una multa ha evitato sei mesi di carcere”. Nell’articolo si lasciava intendere che il decreto di condanna era accompagnato da un’informativa che ne spiegava i motivi e nella quale risultava – tra l’altro – che Boffo è un “noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni”. Nessun altro giornale aveva accenni alla vicenda, perché Feltri si era premunito di tenere la cosa riservatissima, proprio per ampliarne l’effetto mediatico. La risposta di Boffo arriva lo stesso giorno con un comunicato sul sito di “Avvenire”, dove definisce l’articolo di Feltri “killeraggio giornalistico allo stato puro, sul quale è inutile scomodare parole che abbiano a che fare anche solo lontanamente con la deontologia. Siamo, pesa dirlo, alla barbarie”. “Sia chiaro – proseguiva Boffo – che non mi faccio intimidire, per me parlano la mia vita e il mio lavoro”. Un comunicato dell’Ufficio comunicazioni della Cei ribadisce “piena fiducia al dott. Dino Boffo, direttore di Avvenire, giornale da lui guidato con indiscussa capacità professionale, equilibrio e prudenza”. Il ministro Maroni, con una telefonata a Boffo, smentisce che esista un’ “informativa” della Polizia. 29 agosto 2009. Boffo viene riconfermato alla guida di “Avvenire” e riceve la solidarietà del presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco e del Segretario di Stato vaticano card. Tarcisio Bertone. 1° settembre 2009. Il Gip Pierluigi Panariello rende noto – su istanza di alcuni giornalisti – il decreto penale di condanna di Boffo, ma non l’intero incartamento processuale, nonostante il parere favorevole del procuratore della Repubblica di Terni. 3 settembre 2009. Boffo, con una lunga lettera rassegna al presidente della Cei le sue «dimissioni irrevocabili”.
|
|