Benedetto XVI. Chiamati a vegliare.Il tema dell'eternità all'Angelus del 6 novembre.
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Chiamati a vegliare

Il tema dell’eternità all’Angelus del 6 novembre

L’olio, le dieci ragazze, il banchetto nuziale. Fermiamoci subito su queste immagini della parabola raccontata nel Vangelo di Matteo. Sappiamo che delle dieci donne solo cinque parteciperanno alla festa di nozze, le altre, andate a cercare l’olio per le loro lampade, troveranno la porta chiusa. “Signore aprici”, diranno al loro arrivo ricevendo in risposta: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Sappiamo ancora che nell’attesa si addormentarono, pronte a destarsi e a prepararsi per esultare all’arrivo dello sposo: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.

Che cosa ci dice Matteo con questo brano, cosa ci dice Gesù con questa parabola? Innanzitutto che dobbiamo essere pronti perché non sappiamo quando il Signore verrà e, per questo, nella nostra lampada non dovrà mancare l’olio; dobbiamo essere saggi e prudenti come le cinque ragazze che sono state ammesse al banchetto, le cui lampade emettevano luce all’arrivo dello sposo. La prudenza alla quale Gesù ci invita è quella di chi conosce il proprio limite, sa le proprie debolezze – anche le cinque che sono entrate nella sala si sono addormentate come le altre – ma sa anche porvi rimedio – avevano dei piccoli vasi con l’olio affinché non restassero senza. Forse, e l’osservazione ci sembra possibile, se le cinque ragazze rimaste senza olio si fossero presentate confessando questa loro difficoltà, lo sposo le avrebbe perdonate e fatte partecipare comunque al banchetto.

Duplice lezione: vegliare che non significa non dormire, ma essere pronti perché, appunto, non sappiamo quando arriverà il nostro momento; e poi l’umiltà, non avere la presunzione di ignorare la nostra debolezza. Come disse qualche anno fa il cardinale Giacomo Biffi, presi dalla voglia di festeggiare a volte ci dimentichiamo del festeggiato; diamo più importanza alle lampade che allo sposo, e quando arriva l’olio non è sufficiente per continuare a far luce.

Riflessione sulla vita eterna, ci dice il Papa all’angelus domenicale del 6 novembre, e “netta” è la differenza “tra chi crede e chi non crede, o, si potrebbe ugualmente dire, tra chi spera e chi non spera”. Ricorda Benedetto XVI le parole di Paolo ai Tessalonicesi: “Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza”. È ancora Paolo che ai cristiani di Efeso scrive che prima di accogliere “la buona notizia” erano “senza speranza e senza Dio nel mondo”. I culti e i miti pagani, la religione dei greci non erano in grado di gettare luce sul mistero della morte. Commenta il Papa: “Se togliamo Dio, se togliamo Cristo, il mondo ripiomba nel vuoto e nel buio. E questo trova riscontro anche nelle espressioni del nichilismo contemporaneo, un nichilismo spesso inconsapevole che contagia purtroppo tanti giovani”.

La parabola delle dieci vergini ci mette di fronte alla nostra capacità di saper vegliare, attendere. Non a caso le cinque che entreranno nella sala sono definite, nel brano del Vangelo di Matteo, sagge: sono state prudenti, preoccupandosi di portare dei vasetti con altro olio, per tenere accese le loro lampade. E cos’è l’olio? Sant’Agostino e altri antichi autori, ricorda papa Benedetto, “vi leggono un simbolo dell’amore, che non si può comprare, ma si riceve come dono, si conserva nell’intimo e si pratica nelle opere. Vera sapienza è approfittare della vita mortale per compiere opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile”.

La lezione che ci viene da queste letture va oltre la capacità di saper attendere, la saggezza di essere pronti e la prudenza che ci invita a non dimenticare le possibili difficoltà. Certo, siamo chiamati a vegliare, ed è bella l’immagine del servo “fidato e prudente” che sa attendere il ritorno del padrone perché sa vegliare sui bisogni dei suoi fratelli, sa dare ai domestici “il cibo a tempo debito”.

Ecco, dunque, gli aggettivi che dobbiamo tenere ben presenti in questo nostro pellegrinare: dobbiamo essere saggi, prudenti, fidati. Perché “quando saremo risvegliati per l’ultimo giudizio, questo avverrà sulla base dell’amore praticato nella vita terrena” e questo amore, commenta Benedetto XVI, “è dono di Cristo, effuso in noi dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio-amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita”. Gesù, afferma ancora il Papa, “ci ha fatto conoscere il volto del Padre, e così ci ha donato una speranza piena d’amore”. E da Maria dobbiamo imparare “a vivere e morire nella speranza che non delude”.

Fabio Zavattaro