Dicono e non fanno. Il tema della coerenza nella riflessione dell'Angelus
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Dicono e non fanno : il tema della coerenza nella riflessione all’Angelus

Guai a voi scribi e farisei. Negli anni della vita terrena di Gesù gli scribi si distinguevano quali insegnanti della legge, ma, in verità, non riconoscevano i veri problemi e i bisogni del popolo. Come i farisei – che si vantavano ipocritamente di essere giusti – gli scribi davano più importanza a regolamenti cavillosi e tradizioni che a misericordia, giustizia e fedeltà. Di più, il loro insegnamento non incontrava il favore del popolo perché essi avevano un atteggiamento di superiorità nei confronti della gente comune e, soprattutto, non davano essi per primi l’esempio.

Ecco perché Gesù, che si trova a Gerusalemme, dice alla folla e ai suoi discepoli di “praticare e osservare” tutto quanto scribi e farisei dicono ma di non agire secondo le loro opere “perché essi dicono e non fanno”. È interessante notare che nell’insieme dei testi di questa trentunesima domenica del tempo ordinario, c’è una sorta di continuità: il profeta Malachia denuncia il peccato dei sacerdoti che disprezzano il Signore offrendo “cibo impuro”, mentre il culto a Dio deve essere puro e celebrato con il cuore. Paolo nella lettera rivolta alla comunità di Tessalonica, lo scritto più antico, paragona il suo ministero a quello di una madre, di un padre che ha cura dei propri figli. Così Gesù, come racconta Matteo nel suo Vangelo, afferma  che uno solo è il Maestro, il Padre. Parole che suonano come un forte richiamo alla coerenza di vita cui sono tenuti tutti i cristiani.

Quale invito viene, allora, da questi testi, soprattutto dalla lettera di Paolo? Quello di accostarci al Vangelo “non come parola di uomini, ma come è veramente, quale parola di Dio”, perché in questo modo, commenta il Papa, “possiamo accogliere con fede gli ammonimenti che Gesù rivolge alla nostra coscienza, per assumere un comportamento conforme ad essi”.

Di qui il rimprovero che Gesù rivolge a scribi e farisei che, ricordiamo, avevano un ruolo di maestri e di interpreti della legge mosaica; li rimprovera perché la loro condotta è in contrasto “con l’insegnamento che proponevano agli altri con rigore”. Ricorda ancora il Papa all’Angelus: “Gesù sottolinea che costoro dicono e non fanno; anzi, legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. La buona dottrina va accolta, ma rischia di essere smentita da una condotta incoerente. Per questo Gesù dice: praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere”.

Come sempre le parole che Gesù pronuncia vanno prese nella loro verità più profonda; in questo caso, ciò che sta più a cuore a Gesù è la verità dei rapporti che devono essere tenuti tra discepoli e il modo come la parola deve essere insegnata, cioè il modo come i responsabili della comunità devono esercitare il loro servizio e la loro autorità. Ecco dunque che al modo in cui scribi e farisei svolgono il loro servizio, le false guide, si contrappone l’atteggiamento tenuto da Gesù, che “pratica per primo il comandamento dell’amore, che insegna a tutti, e può dire che esso è un peso leggero e soave proprio perché ci aiuta a portarlo insieme con lui”, commenta Papa Benedetto.

Chi opprime la libertà altrui in nome della propria autorità non è un buon maestro; e Gesù – “il vero e unico Maestro” – vive per primo ciò che annuncia: “siamo, pertanto, chiamati – commenta il Papa – a seguire il figlio di Dio, il verbo incarnato, che esprime la verità del suo insegnamento attraverso la fedeltà alla volontà del Padre, attraverso il dono di se stesso”.

Il mondo non ha bisogno di maestri ma di testimoni che ci facciano guardare il volto dell’unico vero maestro: la vita del discepolo non ha fondamento in se stessa né può proporsi agli altri in modo autoreferenziale e assoluto. Gesù si è presentato al mondo come servo, spogliando totalmente se stesso e abbassandosi fino a dare sulla croce la più eloquente lezione di umiltà e di amore. Egli è un maestro che non è come altri maestri anche dei nostri giorni, non insegna ciò che non pratica; è il maestro la cui cattedra è la croce e la risurrezione, la cui parola è la vita, che interpreta la volontà del Padre. Non ha imposto ad altri pesi se non dopo averli portati per primo e più di tutti gli altri, facendosi ultimo e servo di tutti. Per questo condanna fermamente anche “la vanagloria”; osserva il Papa: “operare per essere ammirati dalla gente pone in balia dell’approvazione umana, insidiando i valori che fondano l’autenticità della persona”.

Gesù allora è il maestro che ci chiede di rispondere alla sua risurrezione con la nostra quotidiana risurrezione, che è fatta di egoismi da riscattare, piccolezze da superare, ferite da sanare, offese da perdonare e da farsi perdonare.

Fabio Zavattaro