Ordinariato militare. Sentinelle per la pace
Un ruolo difficile per il quale è necessario anche il sostegno spirituale
“La Costituzione apostolica ha aperto orizzonti e prospettive sul sostegno spirituale, indispensabile per la formazione di donne e uomini che cercano la pace. Gli Ordinariati militari esistono per l’assistenza spirituale ai fedeli impegnati nelle Forze armate, dove le persone hanno bisogno di vivere e accogliere le loro domande profonde, specialmente in contesti in cui sono posti davanti ad impressionanti sfide morali, psicologiche, spirituali”. E’ quanto afferma l’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Vincenzo Pelvi che, nei giorni scorsi, ha partecipato al VI Convegno internazionale degli Ordinariati militari e al terzo Corso di formazione dei Cappellani militari al diritto umanitario, promossi dalla Congregazione per i Vescovi e dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. L’incontro ha assunto particolare rilevanza in quanto collocato nel contesto del 25° anniversario della Costituzione apostolica “Spirituali militum curae”, di Giovanni Paolo II, come ricordato in udienza da Benedetto XVI. Il SIR ha chiesto un bilancio del convegno a mons. Pelvi.
Eccellenza, il sostegno spirituale ai militari appare sempre più indispensabile anche alla luce dei cambiamenti in atto nel mondo delle Forze armate…
“Non solo indispensabile ma pressante. I militari e i cappellani devono adattarsi a nuove condizioni nell’esercizio delle loro mansioni, a causa di cambiamenti come la fine della coscrizione obbligatoria e l’arruolamento su base professionale nelle Forze Armate, ormai in vigore in molti Paesi europei, i tagli di risorse provocati dalla crisi economica, le nuove tecnologie belliche e di difesa, nonché le nuove caratteristiche dei conflitti, che implicano un ripensamento delle regole d’ingaggio e del ruolo di interposizione e di peace-keeping. Nello scenario internazionale i conflitti non sono un fenomeno limitato nello spazio e nel tempo. In passato essi venivano combattuti su campi di battaglia e con una modalità nei metodi e nei mezzi che marcava formalmente l’inizio e la cessazione delle ostilità. Oggi non è così. Il conflitto, anche armato, tende pericolosamente ad assumere la forma di un ‘elemento persistente’ della realtà umana e sociale; viene spesso combattuto nei centri urbani, senza la chiara demarcazione di un inizio e di una fine, talvolta senza la possibilità di distinguere i combattenti dai civili, i nemici dalle forze amiche. In questo contesto è indispensabile una Chiesa al servizio di coloro che operano in delicate operazioni di composizione di conflitti e di ripristino delle condizioni alla realizzazione della pace”.
In udienza Benedetto XVI ha parlato della sfida degli Ordinariati: evangelizzare il mondo castrense. Sfida che si vince con “una solida formazione umana e spirituale” dei sacerdoti. Quali sono le basi di questa formazione?
“L'assistenza spirituale non può limitarsi a garantire le celebrazioni di culto, ma deve attivare una pastorale completa che accompagna l'intera vita dei militari del proprio Paese, ovunque si trovino. Di qui la scelta di accompagnare il cammino del militare nelle diverse fasi della sua vita. L’Ordinariato non è una chiesa di secondo ordine, né un’appendice della Conferenza episcopale tanto che chi esercita il ministero di cappellano come presenza istituzionalizzata nelle Forze armate deve mantenere la funzione giurisdizionale propria del suo ufficio. Ciò comporta l’esclusione di benefici, privilegi e onori che soffocano la dimensione della vocazione presbiterale”.
Una difficoltà per i cappellani militari sembra quella di essere ‘annunciatori’ di carità in un contesto regolato da disciplina e da obbedienza a logiche di uso della forza proporzionato alla difesa’: come superare questa difficoltà?
“Realizzando una sintesi per cui è possibile essere anche militari per amore. Penso all’esercizio della carità nel soldato che soccorre le vittime dei terremoti, delle alluvioni, come pure i profughi, penso al soldato che disinnesca mine, al militare che, nell’ambito delle missioni di pace, pattuglia città e territori affinché i fratelli non si uccidano fra loro. Vi sono tanti uomini e donne in divisa che amano la verità e vogliono promuovere la pace e i diritti umani. Gli Ordinariati hanno una missione: essere palestra di formazione, luogo di apostolato, scuola di santità, perché i militari riscoprano la chiamata alla perfezione della carità”.
Tuttavia la vita militare, con i suoi obiettivi che comportano l’uso della forza, sembra rendere problematica la possibilità di vivere il Vangelo della carità…
“Ci sono due modi di utilizzo delle forze armate. Da un lato gli interventi con la loro potenza di distruzione e di morte; dall’altro imponenti corpi militari dispiegati per il servizio dei profughi in opere umanitarie. Quali di questi militari possono realizzare l’ideale evangelico della carità? E’ troppo facile esaltare i secondi e additarli come ministri di solidarietà e dunque di carità. Ma i primi sono davvero fuori da una condizione cristianamente valida e quindi esclusi dalla chiamata a testimoniare il Vangelo della carità? Non c’è contraddizione tra il dovere di ostacolare l’aggressore e il precetto dell’amore del nemico chiaramente espresso dal Vangelo. Il vero cristiano non usa che i mezzi necessari alla difesa della propria causa, e non cerca di vendicarsi o soddisfare il proprio odio. Così cessa di far del male al nemico, appena questo male non è indispensabile alla difesa della sua causa. La civiltà cristiana ha introdotto nelle guerre uno spirito di umanità che s’ispira a questo concetto e che ispira il diritto internazionale contemporaneo”.
Altro tema emerso nel convegno è stato quello delle relazioni tra militari, organizzazioni umanitarie e responsabili religiosi. C’è spazio per una reale collaborazione?
“Tante volte le parti coinvolte in operazioni belliche si trovano a fronteggiare atti di violenza e di terrorismo dietro la maschera di rivendicazione civile e politica che comportano odiose atrocità. Noi abbiamo i bombardieri e ci accorgiamo che l'avversario, invece di usare un bombardiere più capace e potente, ci lancia contro un velivolo civile che con il suo carico di decine di tonnellate di carburante si rivela un'arma perfino più micidiale dei nostri sofisticati sistemi. Ecco quindi la comparsa di un nuovo tipo di avversario, che non indossa un'uniforme, che non rispetta le nostre regole. In questo campo le incertezze giuridiche sono la regola: non è chiaro chi debba intervenire e con quali modalità, ogni paese applica norme sue, senza il minimo coordinamento. E’ indispensabile una fattiva collaborazione tra organizzazioni umanitarie e responsabili religiosi sviluppa feconde energie volte ad alleviare le asprezze dei conflitti. La sola dinamica del diritto non basta a ristabilire l’equilibrio perduto; bisogna percorrere il cammino dell’incontro, del dialogo, dell’accoglienza e del perdono. Gli stessi leader delle grandi religioni del mondo e i responsabili delle Nazioni dovranno tutelare la libertà religiosa, in particolare difendere le minoranze. La libertà religiosa è cammino per la pace. Va, perciò, coltivato nell'ambiente militare uno spirito ecumenico verso i cristiani e di dialogo con i fedeli di altre religioni. Anche così i militari assumono il ruolo di sentinella, che guarda lontano per evitare il pericolo e promuovere giustizia e pace”.
A cura di Daniele Rocchi