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Dal vasto mondo
ECONOMIA Dopo un anno nero
Occorre vigilare per un futuro migliore Si chiude l’anno più nero che l’economia mondiale ricordi dai terribili anni ’30 del secolo scorso. Abbiamo assistito alla propagazione all’economia reale della crisi nera che i mercati finanziari avevano registrato nell’ultimo scorcio del 2008 dal fallimento di Lheman Brothers. Con essa è fallito un intero sistema economico e finanziario basato sull’utilizzo spregiudicato del debito come strumento di sviluppo. Il sistema finanziario, il cui ruolo è cresciuto enormemente negli ultimi venti anni, aveva mutato completamente la sua natura: da trasformatore di risparmio in investimento era diventato un moltiplicatore di liquidità a basso costo che si poggiava però sul castello di carta del debito, puntualmente crollato alle prime folate di vento contrario. La trasmissione della crisi all’economia reale è stata violenta. La caduta del PIL nei Paesi sviluppati è la più alta che si ricordi dai tempi della Grande Depressione. Ci vorranno molti anni per tornare ai livelli del PIL del 2007. Molti pensano che la distruzione di capacità produttiva che questa crisi ha portato modificherà anche la crescita potenziale del PIL nei prossimi anni. Non c’è dubbio che, in media, il mondo in futuro crescerà di meno. Cresceranno molto meno che in passato soprattutto quelle economie che avevano scommesso tutte le loro fortune su un'insensata corsa del debito: la Spagna, l’Irlanda, il Regno Unito, i Paesi baltici, gli stessi Stati Uniti. Sono questi i Paesi che, oltre a pagare in maniera più forte in termini di crescita economica, stanno affrontando un vero e proprio crollo dell’occupazione. Si pensi che in Spagna e nei Paesi baltici il tasso di disoccupazione è salito ad oltre il 19%, un livello elevatissimo e più che doppio rispetto a quanto registrato solo un anno e mezzo fa. Quanto è successo non sorprende. La corsa forsennata del debito privato aveva distorto i meccanismi di sviluppo in questi Paesi. Si erano così create le premesse per la crescita di enormi bolle speculative che avevano gonfiato a dismisura non solo il settore finanziario ma anche quello immobiliare. Si stima che in Spagna ci sia uno stock di circa un milione di case costruite e invendute: l’aggiustamento di prezzo e di quantità che il mercato richiede per assorbire un tale stock è ovviamente enorme e durerà ancora a lungo. Gli altri paesi europei hanno reagito meglio alla crisi. Ad esempio, la Germania e l’Italia hanno subito una forte contrazione del PIL legata però non allo scoppio di una bolla, come nei casi precedenti, ma al crollo del commercio mondiale. Non appena questo ha iniziato a riprendersi, grazie alla ripresa dei Paesi in via di sviluppo, queste economie hanno reagito e oggi si notano segni di ripresa sempre più convinti. La trasmissione della caduta del prodotto all’occupazione qui è stata molto più lieve. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto le imprese tendono a ritardare decisioni definitive di rottura dei rapporti di lavoro, perché sperano che la crisi passi e temono che, una volta iniziata la ripresa, si troveranno a corto di manodopera proprio quando ne avranno bisogno: questo è tanto più vero quanto più l’economia si fonda su imprese manifatturiere ad alto contenuto di lavoro di qualità. Inoltre i meccanismi istituzionali di difesa del posto di lavoro, come la Cassa Integrazione italiana, hanno aiutato molto questo processo di congelamento dei licenziamenti. La grossa incognita che abbiamo di fronte e che caratterizzerà il 2010 è costituita dall’enorme ammontare di debito pubblico che si è accumulato nel mondo. Tutti i maggiori Paesi, tranne l’Italia, per sostenere l’economia hanno speso fiumi di denaro pubblico accumulando debito, in molti casi in maniera insostenibile. Molti iniziano a scommettere sul fallimento di alcuni Stati cosiddetti periferici dell’Area Euro, come Grecia, Irlanda, Spagna o Portogallo. Il 2010 deve essere l’anno in cui si delineano programmi di taglio della spesa pubblica o aumento delle imposte che permettano di mettere sotto controllo la dinamica del debito. Sarà dunque un anno difficilissimo per la politica. Ci sarà bisogno di sangue freddo e di grande capacità di leadership per spiegare alle opinioni pubbliche che è arrivato il tempo di pensare ai propri figli, evitando politiche populiste che rimandino a tempi indefiniti gli aggiustamenti necessari. Non sarà semplice, perché generalmente i Governi hanno un orizzonte temporale molto breve, perché si preoccupano delle elezioni. Ma questa volta non è in gioco un risultato elettorale. Questa volta il mondo sviluppato si gioca davvero tre decenni di sviluppo. Senza politiche coraggiose è molto probabile che la ripresa soffochi sul nascere. Sarebbe la catastrofe perché i mercati abbandonerebbero immediatamente Paesi con alto debito e bassa crescita a favore di altre economie. A quel punto potremmo raccogliere solo le macerie. Dunque il 2010 sarà davvero un anno decisivo. Come cittadini, siamo chiamati a vigilare perché non si commettano errori irreparabili.
NICO CURCI - ECONOMISTA
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