Dal vasto mondo

USA CINA
Con passo felpato

Cosa attendersi dalla visita di Obama?
Secondo molti commentatori il viaggio in Cina di Obama segna una battuta di arresto del presidente Usa, che aggiunta ad altre difficoltà ne ridimensiona la statura internazionale. Le conclusioni affrettate servono poco e merita piuttosto analizzare le prospettive di questa visita. Innanzi tutto va detto che segue il vertice di Singapore dell’Apec, la rete dei 21 paesi asiatici e del Pacifico che dal 1989 sta intessendo una rete sempre più fitta per migliorare le relazioni commerciali e politiche nella regione. Le due questioni economiche rilevanti nel rapporto Usa-Cina infatti sono determinanti anche per l’area del Pacifico e sono state discusse a Singapore: la riduzione delle emissioni per governare il cambiamento climatico e le relazioni commerciali tra Cina e resto del mondo, con la annosa questione del valore di cambio del renminbi, la moneta cinese. Accanto a queste, nella relazione Usa-Cina contando anche due questioni politiche: diritti umani e libertà da un lato, ruolo geopolitico dall’altro.
Sul clima la Cina ha ottenuto che nel comunicato finale Apec, che dedica al tema il capitolo più lungo, non fossero esplicitati nuovi impegni. La Cina tiene questa posizione da diversi anni. Ha approvato un piano interno di riduzione delle emissioni che non va disprezzato, ma rifiuta un impegno internazionale. Se questo ci sarà, verrà manifestato in sede Onu e non in una sede regionale. A Pechino Obama ha sollecitato l’importanza di un impegno condiviso, per ottenere il consenso cinese alla promessa di formalizzare un impegno ONU nel 2010, che pare oggi l’unico esito sperabile dal vertice di Copenaghen. I cinesi non hanno detto di no. E’ poco, certo, ma era ingenuo sperare di più. Veniamo all’economia. Mentre molti ricchi tardano a recuperare i livelli produttivi (e occupazionali) del passato, la Cina cresce, trainata, come sempre, dalle esportazioni. Gli Usa, con molti altri paesi, ne soffrono e tentano di difendere la propria economia, proteggendola anche con i dazi. Questo irrita i cinesi, che a loro volta vegono accusati di rendersi artificialmente competitivi tenendo troppo basso il valore della loro moneta. Il renminbi-yuan è infatti legato al valore del dollaro, ma con un valore di cambio stabilito dall’autorità cinese. E’ un gioco rischioso: se negli Usa non riparte la produzione interna, oggi spiazzata da quella cinese, non riprende l’occupazione e non ci saranno redditi sufficienti neanche per finanziare gli acquisti di prodotti cinesi. Per la Cina, che non ha mai investito nel proprio mercato interno e vive di esportazioni, sarebbe un colpo durissimo. Le autorità cinesi non sembrano consapevoli di essere sedute su un candelotto di dinamite acceso e pensano di favorire gli acquisti americani continuando a comprare - proprio con i dollari che incassano con l’export - i titoli di stato statunitensi, strumento finanziario privilegiato per sostenere la spesa sociale Usa e, indirettamente, il potere d’acquisto dei consumatori americani, come hanno fatto in questi anni. Obama chiede una rivalutazione del renminbi, che darebbe respiro all’economia Usa e ridurrebbe le esportazioni della Cina, garantendole però un maggiore potere d’acquisto sulle importazioni e un aumento del valore delle riserve in dollari e titoli Usa, che si potrebbero usare per investire nel mercato interno e migliorare il benessere della popolazione. Anche qui non ottiene risposte immediate. Per molti è proprio questo ciò che il potere cinese oggi teme: più benessere suscita più domanda di democrazia.
Questo ci porta alla politica. Obama, col consueto passo felpato, ha infranto tabù parlando di diritti, di libertà di espressione e navigazione in rete e del Dalai Lama. Hu Jintao non ha risposto e ha preferito oscurare le sue parole nella tv di stato, ma non può tagliare tutti i nodi di una rete che, come sta avvenendo per l’Iran, può diventare strumento di libertà. Più reattivo è stato, sia pure a porte chiuse, sulla possibilità di collaborare su questioni calde come Afganistan, Iran e Sudan, così come sull’esigenza di un dialogo multilaterale che si fondi su processi di consenso regionale. Interlocutori regionali che dialogano fra loro, sia nazionali (come, Usa, Russia e Cina) sia sovranazionali (come l’UE e le altre forme di integrazione regionale e continentale, compresa l’Apec) semplificherebbero la gestione delle crisi e dei conflitti. Usa e Cina potrebbero spingere insieme in questa direzione anche in sede di riforma del Consiglio di Sicurezza. E Forse non è un caso che l’Osservatore permanente all’Onu, mons. Migliore proprio in questi giorni abbia detto che una riforma oggi è possibile. Obama riparte dalla Cina senza le imbarazzanti magliette ObaMao, per fortuna, ritirate dal governo cinese per paura della popolarità del presidente Usa, e senza risposte immediate. Ma potrebbe aver ricevuto dai dirigenti cinesi qualcosa di più concreto della loro cortesia. Ce ne renderemo conto solo fra qualche mese.

RICCARDO MORO