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Dal vasto mondo
MASS MEDIA E DINTORNI
Muri non caduti La cultura della diffidenza e del rifiuto
È giusto celebrare la caduta del Muro di Berlino – avvenuta vent’anni fa proprio in questi giorni – e degli altri muri che hanno segnato profonde divisioni nel cuore dell’Europa e in molte altre parti del mondo. Sarebbe ingiusto dimenticare le molte barriere che ancora esistono e che, anzi, con il passare del tempo si sono ulteriormente rafforzate. È il caso, tanto per citare un esempio, della barriera di separazione lunga oltre 700 chilometri costruita in Giordania da Israele; è stata chiamata “chiusura di sicurezza” perché ha lo scopo ufficiale di impedire potenziali incursioni di terroristi palestinesi, in realtà molti la definiscono il “Muro della vergogna” a causa della sua imponenza e di ciò che rappresenta. Già, perché al di là delle limitazioni in termini geografici o logistici, ogni barriera è simbolo dell’impossibilità di comunicare, di incontrare l’altro, di conoscerlo, di aiutarlo, di condividere con lui un pezzo di strada e di vita. Le ragioni storiche che hanno determinato l’innalzamento di strutture di separazione anche all’interno degli stessi Stati sono generalmente note ed è un bene poterne parlare in riferimento a un passato che non tornerà. Ma il compiacimento per la caduta di alcune barriere fisiche non deve far dimenticare che esistono muri immateriali che possono avere nelle coscienze effetti ancora più devastanti. Rispetto a questo problema i mezzi di comunicazione hanno una grande responsabilità. Da un lato, in forza della loro capacità di diffusione estesa e democratica del sapere, possono contribuire a rendere omogenee le conoscenze fra gruppi sociali anche distanti, favorire la circolazione dei contenuti e dei valori tipici delle diverse culture, elevare il livello medio di istruzione e scolarità, far conoscere usi e costumi di persone lontane da noi che non potremmo fisicamente incontrare ma che grazie ai media possono diventare nostri vicini. Dall’altro, se usati male possono sortire effetti completamente opposti. La metafora del “villaggio globale” lanciata da McLuhan a metà degli anni Sessanta e tornata di moda con l’affermarsi delle nuove tecnologie può sintetizzare le potenzialità che i media hanno nel facilitare e accelerare le comunicazioni umane. Il rimando concettuale è all’idea di un mondo che, grazie alle crescenti interconnessioni consentite da internet e dai “new media”, può somigliare sempre più a un grande villaggio in cui i confini fra un luogo e un altro sono sempre più sottili. La realtà di questi ultimi tempi ci mette però in guardia verso il rischio opposto: proprio i media possono essere usati per un cultura della diffidenza, del rifiuto dello “straniero”, dell’innalzamento di nuove barriere. Il proficuo rapporto fra le diverse religioni, culture o appartenenze sociali può essere compromesso proprio dall’azione delle testate giornalistiche e dei mezzi di comunicazione in genere, pronti a esaltare lo scontro e il conflitto invece di dare spazio alle occasioni di dialogo e di confronto, in nome del sensazionalismo dettato dalle ragioni del mercato: la violenza, la rissa e le liti – purtroppo – “vendono”. Lo dimostra la tendenza ormai radicata delle testate ad affrontare i principali argomenti dell’attualità e del dibattito sociale sempre e comunque nei termini di un’opposizione fra le opposte tifoserie di chi la pensa in un modo e chi in un altro, chi approva e chi disapprova, chi è a favore e chi è contro. Basti pensare a come nella maggioranza dei casi i media abbiano trattato i temi di più recente interesse: la questione del crocifisso in classe, le possibilità di ripresa dalla crisi economica, le questioni legate alla giustizia, la libertà di espressione, perfino le informazioni sulla nuova influenza o il racconto dei casi di cronaca nera ancora aperti. Sempre accentuando le divergenze di opinione e invitando il pubblico a schierarsi forzatamente da una parte o dall’altra. È ora di invertire la tendenza, per spingere i media a privilegiare i contenuti capaci di favorire la condivisione invece di cavalcare quelli destinati a dividere. Una metafora non nuova ma sempre efficace rimanda al tragitto biblico che conduce da Babele a Gerusalemme, ovvero da un luogo in cui il muro dell’incomprensione divide ciascuno dal proprio prossimo a un luogo in cui la convivenza delle differenze diventa elemento costitutivo della comunità sociale.
MARCO DERIU
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