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Dal vasto mondo
BANCA DEL SUD L’inutile nostalgia
Il Meridione ha bisogno di uno Stato che lo liberi dalla malavita
Negli ultimi giorni abbiamo scoperto finalmente la strategia del Governo Berlusconi per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il Ministro Tremonti ha individuato nella carenza di credito e nel suo eccessivo costo una delle cause più importanti del ritardo economico delle regioni del Sud. C’è molta verità in questa analisi. I piccoli e medi imprenditori meridionali pagano il denaro preso in prestito molto più che i loro colleghi del Centro-Nord. Tremonti pensa che questo extra-costo sia essenzialmente dovuto alla mancanza di banche locali. La stagione delle privatizzazioni prima e quella del consolidamento poi hanno privato il Mezzogiorno di istituti di credito locali: gli operatori bancari che vi operano appartengono tutti ai grandi gruppi del Nord. Nel ragionamento del Governo e di molti meridionali, il corollario che deriva da questa osservazione è che le banche attuali tendono a raccogliere depositi al Sud senza lasciarvi un adeguato ammontare di credito. Insomma si verificherebbe un drenaggio di risorse dalle regioni povere a quelle ricche. Conseguentemente a questo ragionamento, il Governo ha deciso di creare un istituto bancario al Sud, sponsorizzato dallo Stato ma non di proprietà pubblica. Si tratterebbe di un istituto di secondo livello, quindi specializzato nell’operatività sul medio-lungo periodo, una sorta di banca delle banche. Tra le altre cose, il Governo ha previsto anche una aliquota fiscale di vantaggio sui rendimenti di obbligazioni speciali emesse per finanziare grandi progetti di investimento al Sud. In definitiva, ci sentiamo di dire che c’è una coerenza tra l’analisi dei ritardi del Mezzogiorno, indicata sopra, e le azioni messe in campo. Tuttavia noi non ci sentiamo di condividere a pieno l’analisi fatta dal Governo. In essa manca un punto di fondo: perché le banche sono più restie a concedere credito al Sud e, quando lo fanno, chiedono un prezzo ben più alto? La risposta è semplice: perché le condizioni ambientali sono decisamente peggiori. Concedere un prestito in queste regioni è molto più rischioso che farlo al Nord e questo, si badi bene, a parità di capacità e competenze dell’imprenditore che chiede il prestito. Infatti questi, pur avendo un progetto serio di sviluppo, deve subire il fardello di una criminalità sempre più invasiva nel mondo degli affari, di una pubblica amministrazione incapace di offrire un livello e una qualità di servizi da Paese avanzato, di un sistema infrastrutturale molto più carente e via dicendo. Le banche, in un sistema di mercato, non possono essere chiamate a sostenere un rischio sistemico di tale portata senza farne pagare il costo. Altrimenti dovrebbero abbandonare le logiche di mercato e ritornare ad essere quello che erano venti anni fa, cioè istituti pubblici che contribuivano alla politica economica e industriale dei Governi. Ma vogliamo davvero tornare a quegli anni? Abbiamo davvero nostalgia del vecchio Banco di Napoli o del glorioso Banco di Sicilia? Siamo poi davvero così sicuri che installando un nuovo istituto con il pedigree completamente meridionale le cose andranno meglio? Ci permettiamo di dubitare: crediamo che l’unico effetto che avremmo sarebbe quello di risuscitare un modello di banca in cui la selezione dei progetti di investimento da finanziare si baserebbe non sul merito ma sulla discrezionalità della politica nell’aiutare questo o quello, contando sulle connivenze o peggio ancora sui voti che può garantire. Il Sud ha invece bisogno di una sola cosa: una forte presenza dello Stato, che liberi interi territori dalla schiavitù imposta dalle organizzazioni malavitose, che faccia piazza pulita di governi locali che nelle situazioni migliori si distinguono per semplice incapacità, ma molto più spesso si macchiano di colpe e reati molto gravi, con la connivenza servile di una burocrazia selezionata sulla base di conoscenze e raccomandazioni. Solo così sarà possibile ristabilire un normale flusso di credito anche in queste regioni. Di vecchi carrozzoni pubblici, o falsamente privati, non sentiamo davvero il bisogno. NICO CURCI - economista
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