EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO. Linea pastorale unitaria per la chiesa di Trani Barletta Bisceglie
Messaggi del Vescovo - Messaggi del vescovo 2009
Martedì 25 Ottobre 2011 15:52
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vescovo Pichierri
Educare alla vita buona del Vangelo. Linee di Pastorale Unitaria per la Chiesa di Trani-Barletta-Bisceglie

Ottobre 2011

Alla Santa Chiesa di Trani-Barletta-Bisceglie

Carissimi presbiteri e diaconi, religiosi e religiose, fedeli laici cristiani, con il Convegno ecclesiale diocesano: “Educare in un mondo che cambia. La Chiesa madre genera i suoi figli alla vita buona del Vangelo” abbiamo inteso aprire ufficialmente il secondo decennio del terzo millennio sull’impegno che tutta la Chiesa che è in Italia (CEI) si è dato con il documento pastorale: “EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO”.

Il Convegno celebrato il 20 e 21 settembre 2011 è stato ricco di stimolazioni da parte dei relatori e altrettanto ricco di domande relative ai temi trattati: “Educare alla vita buona del Vangelo” (Mons. M. Semeraro) e “Come parlare di Dio all’uomo di oggi” (Prof. M. Illiceto).

In questo sussidio pratico vi offro le linee comuni di pastorale per il primo quinquennio del decennio (2010-2015) e in appendice le relazioni del Convegno celebrato e un articolo di Giancarla Barbon, catecheta e coordinatrice della rivista “Evangelizzare”, da noi conosciuta come relatrice nel Convegno del 2009.

Troverete anche la pubblicazione del calendario delle attività diocesane che vivremo nel corso dell’anno pastorale, a cui siete tenuti a partecipare per crescere insieme nell’unità, nella carità, nella missionarietà.

UN DECENNIO PASTORALE IN SINTONIA CON LE CHIESE CHE SONO IN ITALIA

Dopo il decennio 2000-2010 su “Come annunciare il Vangelo in un mondo che cambia”, scelta scaturita dal grande Giubileo del 2000, i Vescovi d’Italia hanno concordato il tema del secondo decennio 2010-2020 su “Educare alla vita buona del Vangelo”, scelta questa che “affonda le radici nel IV Convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Verona nell’ottobre 2006, con il messaggio di speranza fondato sul “sì” di Dio all’uomo attraverso suo Figlio, morto e risorto, perché noi avessimo la vita” (cfr. Presentazione del Documento CEI a cura del Card. Bagnasco).

La nostra Chiesa, in sintonia con le Chiese sorelle che sono in Italia, si trova preparata ad accogliere le indicazioni per la progettazione pastorale del decennio ed intende realizzarlo in tappe: 1^ tappa: Iniziazione cristiana e percorsi di vita buona – 2010/2015. 2^ tappa: Alcuni luoghi significativi – 2015-2020.

1^ TAPPA: INIZIAZIONE CRISTIANA E PERCORSI DI VITA BUONA – 2010/2015

Nel 2004 e nel 2009 demmo la nostra attenzione al tema educativo attraverso i convegni “Ut glorificetur Pater in Filio divino afflante Spiritu” e “La Chiesa madre che genera i suoi figli nella traditio fidei”. È bene riandare ai documenti pastorali n.10 e n.23 per verificare quanto detto e rinverdire gli orientamenti dati.

In questa prima tappa di “Educare alla vita buona del Vangelo” vogliamo prendere in considerazione come obiettivo e scelta prioritaria del secondo decennio l’ambito della “Iniziazione cristiana” riservandoci di trattare nel corso del quinquennio (2010-2015) anche i “Percorsi di vita buona”.

Iniziazione cristiana come atto generativo

È il tema dell’XI Convegno pastorale diocesano, celebrato il 20-21 settembre 2011. Le relazioni di Sua Ecc.za Mons. Marcello Semeraro e del Prof. Michele Illiceto, che saranno pubblicate negli Atti del Convegno, costituiscono il supporto teologico-pastorale che ha spinto circa 600 partecipanti al Convegno tra sacerdoti, diaconi, consacrati e laici a porre diverse domande ai relatori, i quali hanno risposto da esperti in base alla loro esperienza. Giunte nelle mie mani e ripercorrendole, ho costatato la ricchezza dei contenuti attorno a dei nuclei tematici, come educare, discernimento, vita buona, cura delle parole, incontro, cammino, lessico dell’educazione, testimone, rete educativa, volto materno della chiesa, analfabetismo affettivo, comunità aperta alla speranza ecc.

Ora ho ritenuto più opportuno non fare una sintesi, perché avrei certamente rischiato di mortificare l’esposizione fatta dai singoli gruppi; per cui mi sono orientato a farli riportare negli Atti del Convegno che saranno pubblicati nel Bollettino Diocesano del terzo quadrimestre/2011 come inserto, in modo da renderli disponibili in un certo numero senza aggravare la spesa di stampa.

Pur tuttavia, provocato dalla realtà così come è emersa dal discernimento comunitario, fatto nel Convegno, ritengo opportuno dare le seguenti linee pastorali unitarie per l’anno 2011-2012.

LINEE DI PASTORALE UNITARIA PER L’ANNO 2011-2012

1. Tutte le comunità parrocchiali e religiose, associazioni e movimenti devono prendere consapevolezza del loro compito di “Educare alla vita buona del Vangelo”. A tale riguardo vi invito a leggere il n. 35 del documento della CEI[1]. Perché ogni comunità cresca nella vita buona del Vangelo propongo la catechesi settimanale da farsi con la comunità parrocchiale sul Catechismo della Chiesa Cattolica, incominciando dalla prima parte e proseguendo così negli anni successivi. Sarà necessario fissare un giorno della settimana in cui celebrare il vespro e tenere la catechesi, anticipando la S. Messa di orario al mattino.

2. “La famiglia è la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato” (EVBV, 36)[2]. In vista del VII raduno mondiale delle famiglie, che

si terrà a Milano dal 30 maggio al 3 giugno 2012, si presenta molto utile e opportuno il sussidio di catechesi “La famiglia: il lavoro e la festa” a cura del Pontificio Consiglio della Famiglia, Libreria Editrice Vaticana. È bene acquistarlo e usarlo negli incontri con i gruppi “famiglia”. I gruppi di famiglie siano interessati alla preparazione corale in vista del raduno di Milano.

3. I catechisti/e oltre alla preparazione specifica, si mettano in cammino con i loro educandi, conoscendoli per nome e stabilendo con loro una relazione di amore gratuito. Leggi n.28[3] del documento CEI. In ogni zona pastorale, a cura della Commissione diocesana per la catechesi sarà organizzato un servizio per la formazione permanente dei catechisti/e.

4. Il parroco diventi educatore degli educatori, vivendo per primo l’avventura dell’incontro con il Risorto che attraverso il suo ministero e la carità pastorale incontra tutti i membri della comunità. La parrocchia diventa tutta educante quando accoglie il Risorto e parte sempre con Lui nelle realtà del mondo. A tale riguardo è indispensabile celebrare il giorno del Signore, la Domenica, con molta cura, educando l’assemblea celebrante ad essere attiva, consapevolmente partecipe e devota. Deve stabilirsi in ogni comunità il clima così come viene descritto dagli Atti degli Apostoli a proposito delle prime comunità cristiane: “La moltitudine di coloro che erano divenuti credenti aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore” (4, 32-33). Dall’Eucaristia celebrata devono fiorire le opere della carità.

5. La pastorale missionaria intrapresa nello scorso anno deve continuare all’interno e all’esterno della parrocchia, mobilitando le stesse parrocchie della città ad essere presenti sul

territorio coltivando le relazioni con tutte le realtà temporali. Ho istituito i “cappellani del mondo lavoro”, i quali hanno il compito di approcciarsi agli ambienti di lavoro per una animazione della speranza e per un richiamo alla santificazione attraverso il lavoro. C’è anche il progetto dei “cantieri della legalità”, promosso dalla Commissione diocesana pastorale sociale e del lavoro, giustizia e pace, salvaguardia del creato. Tale progetto va conosciuto, condiviso, realizzato. Non va trascurato il rapporto col mondo della cultura, con le autorità civili e militari, con le istituzioni educative ed altro. I fedeli laici, così come è stato detto nel Convegno di S. Giovanni Rotondo sul “laicato” (28-30 aprile 2011), devono essere presenti nel sociale simili alla “luce”, al “sale”, al “lievito” per orientare tutte le realtà temporali a Cristo, alfa e omega, principio e fine di tutte le cose (cfr. Ap 1,8). I laici devono esercitare la profezia, il sacerdozio, la regalità nel mondo, nelle realtà temporali (cfr. Gaudium et spes del Concilio Vaticano II).

6. Per la qualificazione dei catechisti/e si inizierà un nuovo corso diocesano “formarsi per formare”. Così pure per le altre dimensioni della pastorale, liturgia e carità, sociale e mondo del lavoro, famiglia e giovani, laicato e vita consacrata ecc. ci saranno tempi formativi opportunamente organizzati dalle apposite commissioni pastorali. Formulo l’auspicio che possano costituirsi le scuole per operatori pastorali in ogni zona pastorale con programmi unitari così come si disse nel Convegno del 2009. Daremo in tal modo a molti la possibilità di qualificarsi in ogni settore della pastorale, a beneficio di un servizio nelle parrocchie più incisivo e diretto all’unità e alla comunione di tutta la Chiesa diocesana. Avremo così l’Istituto Superiore di Scienze Religiose per una formazione ad alto livello, e le scuole per operatori pastorali a livello più diffuso.

Esortazione

Carissimi, nell’opera di educazione alla vita buona del Vangelo dobbiamo partire sempre dalla preghiera. Noi cristiani non siamo padroni, ma umili servi della grande causa di Dio nel mondo. Scrive S. Paolo: “Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù” (2Cor 4,5). Educare non è semplicemente dare indicazioni, ma “camminare insieme” sulla strada e verso la meta che è Cristo Signore, il quale ha detto di sé: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).

L’annuncio di Cristo, l’annuncio del Figlio di Dio suppone l’ascolto della sua voce nella voce della Chiesa. Non parlare nel nome proprio significa parlare nella missione della Chiesa. L’educazione cristiana non è mai un affare privato, perché dietro c’è sempre Dio e c’è sempre la Chiesa. Non possiamo noi formare il cristiano. Dobbiamo ottenerlo da Dio.

Tutti i metodi educativi, pertanto, sono vuoti senza il fondamento della preghiera. Questa certezza è per noi di grande sostegno e ci dà la forza e il coraggio necessari per affrontare le sfide che il mondo lancia alla missione della Chiesa.

Dobbiamo poi tener presente che l’opera educativa deve considerare la legge del granellino di senapa, “il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; che appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi” (Mc 4,31-32). Le realtà grandi, come è l’educare, cominciano in umiltà. Dio ha predilezione particolare per il piccolo: il piccolo resto di Israele, portatore di speranza per tutto il popolo eletto; il piccolo gregge dei discepoli che il Signore esorta a non aver paura perché proprio a esso il Padre ha voluto dare in dono il suo Regno (cfr. Lc 12,32). La parabola del granellino di senape dice che chi educa deve essere umile, non deve pretendere di ottenere risultati immediati, né qualitativi né quantitativi. Perché la legge dei grandi numeri non è la legge della Chiesa.

Gesù ci dice di essere “sale” e “fermento”. E il sale e il fermento non superano mai la “massa”. Il padrone della messe è Dio ed è lui a decidere dei ritmi, dei tempi e delle modalità di crescita della semina. Questo atteggiamento di umiltà ci tutela dal farci prendere dallo scoraggiamento nel nostro impegno educativo e missionario, pur senza esimerci dal mettercela tutta perché, come ci ricorda S. Paolo: “ chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi con larghezza, con larghezza raccoglierà” (2Cor 9,6).

Ma oltre alla preghiera e alla umiltà, nell’opera educativa è necessario saper morire a se stessi come il chicco di grano che muore per portare frutto (cfr. Gv 12,24). Nell’educare è sempre presente la logica della croce. Gesù ci educa dandosi a noi sino all’ultimo respiro e divenendo nutrimento di vita. La sua morte in croce, provocata dalle nostre resistenze estreme, dà forza alle sue parole: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Di qui l’efficacia dell’educatore testimone. Chi educa donandosi compie in pienezza la sua opera generativa di educatore. Diventa come il grembo di una madre che attraverso l’accoglienza e l’amore gestisce la creatura che giunge alla luce della vita, cioè alla “vita buona del Vangelo”.

Noi cristiani dobbiamo poter dire come S. Paolo: “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati, siamo sconvolti ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2Cor 4,8-10). La grande causa dell’educare è costantemente ostacolata e contrastata da forze ostili di vario segno: cultura del relativismo, dell’indifferenza religiosa, del nichilismo, ed altro.

Benedetto XVI, in una omelia sui “fallimenti di Dio”, tenuta ai vescovi svizzeri in visita ad limina il 7 novembre 2006, diceva: “Inizialmente Dio fallisce sempre, lascia esistere la libertà dell’uomo, e questa dice continuamente “no”. Ma la fantasia di Dio, la forza creatrice del suo amore è più grande del “no” umano. Che cosa tutto ciò significa per noi? Innanzitutto significa una certezza: Dio non fallisce. “Fallisce” continuamente, ma proprio per questo non fallisce, perché ne trae nuove opportunità di misericordia più grande, e la sua fantasia è inesauribile. Non fallisce perché trova sempre nuovi modi per raggiungere gli uomini e per aprire di più la sua grande casa”.

La speranza non deve abbandonarci mai. Noi dobbiamo operare con forte impegno, come se tutto dipendesse da noi, ma convinti che senza Gesù non possiamo operare la nostra e la salvezza altrui, così come ci dice Gesù stesso: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5); e “Io sono con voi fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Operiamo con fede coltivando la preghiera, l’umiltà, il sacrificio, e daremo in tal modo il nostro contributo per la salvezza di quanti incrociamo nel cammino della vita terrena.

Vi esorto, pertanto, carissimi, a prendere quota nell’”educare alla vita buona del Vangelo”, sorretti dalla ragione, dalla fede, dalla grazia di Dio e dall’ausilio della grande educatrice, Maria Santissima, e dei Santi; a Lei mi rivolgo con tutti voi:

Maria, Vergine del silenzio, non permettere che davanti alle sfide di questo tempo

la nostra esistenza sia soffocata dalla rassegnazione o dall’impotenza.

Aiutaci a custodire l’attitudine all’ascolto,

grembo nel quale la parola diventa feconda e ci fa comprendere che nulla è impossibile a Dio. […]

Maria, Amante della vita, preserva le nuove generazioni dalla tristezza e dal disimpegno.

Rendile per tutti noi sentinelle di quella vita che inizia il giorno in cui ci si apre, ci si fida e ci si dona (da: EVBV).

Auguri di buon cammino! Vi benedico con affetto di padre.

Trani, 1 ottobre 2011

Memoria di S. Teresa di Lisieux, patrona delle missioni



[1] «Nell’unico corpo di Cristo, che è la Chiesa, ogni battezzato ha ricevuto da Dio una personale chiamata per l’edificazione e la crescita della comunità: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione... Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo» (Ef 4,4.11-12). Nella Chiesa unità non significa uniformità, ma comunione di ricchezze personali. Proprio esprimendo nella loro diversità l’abbondanza dei doni di Gesù risorto, i vari carismi concorrono alla vita e alla crescita del corpo ecclesiale e convergono nel riconoscimento della signoria di Cristo: «finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo… agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa, tendendo a lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,13.15). Dall’unità in Cristo scaturisce l’impegno a vivere questo dono nei diversi ambiti della vita, a cominciare dalla famiglia: tra coniugi (cfr Ef 5,21-33) e tra genitori e figli: «Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto… E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore» (Ef 6,1.4). Anche nella vita sociale i cristiani sono chiamati a manifestare questo spirito di comunione e di unità (cfr Ef 6,5-9). La complessità dell’azione educativa sollecita i cristiani ad adoperarsi in ogni modo affinché si realizzi «un’alleanza educativa tra tutti coloro che hanno responsabilità in questo delicato ambito della vita sociale ed ecclesiale». Fede, cultura ed educazione interagiscono, ponendo in rapporto dinamico e costruttivo le varie dimensioni della vita. La separazione e la reciproca estraneità dei cammini formativi, sia all’interno della comunità cristiana sia in rapporto alle istituzioni civili, indebolisce l’efficacia dell’azione educativa fino a renderla sterile. Se si vuole che essa ottenga il suo scopo, è necessario che tutti i soggetti coinvolti operino armonicamente verso lo stesso fine. Per questo occorre elaborare e condividere un progetto educativo che definisca obiettivi, contenuti e metodi su cui lavorare».

[2] «Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato. Educare in famiglia è oggi un’arte davvero difficile. Molti genitori soffrono, infatti, un senso di solitudine, di inadeguatezza e, addirittura, d’impotenza. Si tratta di un isolamento anzitutto sociale, perché la società privilegia gli individui e non considera la famiglia come sua cellula fondamentale. Padri e madri faticano a proporre con passione ragioni profonde per vivere e, soprattutto, a dire dei “no” con l’autorevolezza necessaria. Il legame con i figli rischia di oscillare tra la scarsa cura e atteggiamenti possessivi che tendono a soffocarne la creatività e a perpetuarne la dipendenza. Occorre ritrovare la virtù della fortezza nell’assumere e sostenere decisioni fondamentali, pur nella consapevolezza che altri soggetti dispongono di mezzi potenti, in grado di esercitare un’influenza penetrante. La famiglia, a un tempo, è forte e fragile. La sua debolezza non deriva solo da motivi interni alla vita della coppia e al rapporto tra genitori e figli. Molto più pesanti sono i condizionamenti esterni: il sostegno inadeguato al desiderio di maternità e paternità, pur a fronte del grave problema demografico; la difficoltà a conciliare l’impegno lavorativo con la vita familiare, a prendersi cura dei soggetti più deboli, a costruire rapporti sereni in condizioni abitative e urbanistiche sfavorevoli. A ciò si aggiunga il numero crescente delle convivenze di fatto, delle separazioni coniugali e dei divorzi, come pure gli ostacoli di un quadro economico, fiscale e sociale che disincentiva la procreazione. Non si possono trascurare, tra i fattori destabilizzanti, il diffondersi di stili di vita che rifuggono dalla creazione di legami affettivi stabili e i tentativi di equiparare alla famiglia forme di convivenza tra persone dello stesso sesso. Nonostante questi aspetti, l’istituzione familiare mantiene la sua missione e la responsabilità primaria per la trasmissione dei valori e della fede. Se è vero che la famiglia non è la sola agenzia educatrice, soprattutto nei confronti dei figli adolescenti, dobbiamo ribadire con chiarezza che c’è un’impronta che essa sola può dare e che rimane nel tempo. La Chiesa, pertanto, si impegna a sostenere i genitori nel loro ruolo di educatori, promuovendone la competenza mediante corsi di formazione, incontri, gruppi di confronto e di mutuo sostegno».

[3] La risposta al dono della vita si attua nel corso dell’esistenza. L’immagine del cammino ci fa comprendere che l’educazione è un processo di crescita che richiede pazienza. Progredire verso la maturità impegna la persona in una formazione permanente, caratterizzata da alcuni elementi chiave: il tempo, il coraggio, la meta. L’educazione, costruita essenzialmente sul rapporto educatore ed educando, non è priva di rischi e può sperimentare crisi e fallimenti: richiede quindi il coraggio della perseveranza. Entrambi sono chiamati a mettersi in gioco, a correggere e a lasciarsi correggere, a modificare e a rivedere le proprie scelte, a vincere la tentazione di dominare l’altro. Il processo educativo è efficace quando due persone si incontrano e si coinvolgono profondamente, quando il rapporto è instaurato e mantenuto in un clima di gratuità oltre la logica della funzionalità, rifuggendo dall’autoritarismo che soffoca la libertà e dal permissivismo che rende insignificante la relazione. È importante sottolineare che ogni itinerario educativo richiede che sia sempre condivisa la meta verso cui procedere. Al centro dell’esperienza cristiana c’è l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo, che non si annullano a vicenda. La libertà dell’uomo, infatti, viene continuamente educata dall’incontro con Dio, che pone la vita dei suoi figli in un orizzonte nuovo: «Abbiamo creduto all’amore di Dio – così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». La meta del cammino consiste nella perfezione dell’amore. Il Maestro ci esorta: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Nell’itinerario verso la vita piena, Gesù ci invita a seguirlo sulla via delle beatitudini, strada di gioiosa pienezza, e sul sentiero della croce, supremo atto d’amore consumato sino alla fine (cfr Gv 19,30; 13,1)».

 

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