|
CROLLO DELLA PALAZZINA A BARLETTA.
UN EDITORIALE DI “IN COMUNIONE”
L’orgoglio di una città ferita
La tragedia che lunedì 3 ottobre ha colpito l’intera città di Barletta ha fatto emergere luci ed ombre di questo angolo di Puglia troppo spesso ignorato soprattutto da chi ci vive. Ascoltare i talk di approfondimento politico parlare di Barletta e delle povere vittime del crollo, lascia l’amaro in bocca. Si parla di lavoro nero, di possibili omissioni da parte dell’amministrazione comunale, di questo Sud Italia caratterizzato da un sottobosco che rifugge la luce del sole. Cinque vite spezzate sono solo uno dei tanti spunti di discussione per gli ospiti in studio. Ma Barletta non è questo, o per lo meno non è solo questo. Barletta è lavoro nero, ma è anche un mercato che in tempo di crisi ha utilizzato il lavoro nero come ammortizzatore sociale; Barletta è un gran numero di piccoli locali forse non sempre a norma, ma è anche un gran numero di piccoli imprenditori che lavorano gomito a gomito con i loro dipendenti; Barletta ha visto un palazzo strappare alla vita cinque giovani ragazze, ma ha visto anche tanti membri delle forze dell’ordine, dei vigili del fuoco, della protezione civile e tanti cittadini comuni prodigarsi nella speranza di salvare quante più vite possibile.
Questi sono i giorni del dolore e della rabbia. La tentazione di trovare immediatamente un colpevole è forte, come forte è il desiderio di andare avanti, fare quasi finta che nulla sia accaduto, fuggire dalle proprie responsabilità. Questa terribile vicenda infatti chiama tutti noi che l’abbiamo vissuta, tutti noi che viviamo Barletta ogni giorno, a non girare la testa dall’altra parte. La magistratura chiarirà cosa non è andato in via Roma, ma ci vorrà tempo e la verità giudiziaria dovrà necessariamente passare attraverso laboriose consulenze tecniche. Nel frattempo occorre che tutti coloro che partecipano alla vita economica e politica di Barletta, imprenditori, dipendenti, professionisti e politici, prendano tutti la propria parte di responsabilità. Quando una città moderna, con un settore manifatturiero sviluppato, permette che un palazzo crolli nel pieno centro cittadino seppellendo un laboratorio di confezioni artigianale e si ritrova a piangere cinque delle sue figlie e madri, allora questa stessa città deve interrogarsi su quali gravissimi errori ha commesso. Quando le decisioni sono prese senza preoccuparsi delle possibili conseguenze, quando la paura di evacuare uno stabile per eccesso di prudenza è più grande della paura di lasciare delle persone in una situazione di potenziale rischio, quando il mercato da strumento si trasforma in fine, quando si rifiuta Dio, allora l’uomo rischia di smarrire definitivamente la via.
Barletta non è questo, la città che io conosco è quella che di fronte ad una tragedia del genere sa raccogliersi attorno alle famiglie che hanno subito una terribile perdita con una compostezza e una dignità invidiabili e che, di fronte alle critiche che piovono da più parti, non reagisce negando l’evidenza, ma si rimbocca le maniche per ricostruire non solo gli edifici di mattoni ma anche un tessuto sociale che non ha eguali.
Angelo Maffione
In Comunione
mensile dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie
|